Arte, da Keïta a Sidibé: focus sulla fotografia africana
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Milano. Nel mosaico degli stati africani nati all'indomani della decolonizzazione, il Mali è senz'altro tra quelli che possiedono una storia risalente e di notevole spessore. Se l'indipendenza dalla Francia, ottenuta nel 1960, non ha scalfito i pedigree di una terra già sede, sin dall'antichità, di tre diversi imperi, viceversa la liberazione dal giogo europeo ha sdoganato quella spinta ad un desiderio di autentica modernizzazione che conservasse, tuttavia, anche il portato della tradizione africana. La cultura subsahariana porta alla ribalta i suoi leit-motiv e si arricchisce dei motivi innovativi convogliati dal cinema euro-americano e dall'arte occidentale in generale. Anche la fotografia inventa nuovi codici e trova a Bamako la sua capitale ideale, grazie al lavoro di Seydou Keïta e Malick Sidibé. Keïta, sin dall'apertura del suo atelier nei primi anni '50, diventa l'immortalatore delle classi sociali agiate, dei funzionari e dei capataz politici, prima di essere il fotografo ufficiale di Modibo Keïta, il presidente marxista del Mali e tra i fautori di un socialismo panafricano che rappresentasse il continente come un monolite non solo geografico, ma anche sociale, politico e culturale. Sotto i flash di Seydou Keïta finiscono così gli alti dirigenti pubblici, uomini che non sono più mediatori ma che rispondono ad un governo locale nel nome del centralismo e che desiderano essere colti nel vivo momento di questo affrancamento.
 
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Ad accompagnarli sono donne vestite con abiti sgargianti ed opulenti e monili in oro. Spesso si trovano con un mezzo che ratifichi il successo ottenuto: a cavallo di una moto o sui sedili di un'automobile. Ben presto tutta la jet society maliana vorrà essere fotografata da Keïta, nel desiderio di perpetuare quell'aspirazione alla modernità che accomuna non soltanto l'intelligencija o il patriziato maliani. A Bamako, sul finire degli anni '50, poco prima che Keïta diventi il fotografo di fiducia del presidentissimo, un altro artista apre finalmente il suo studio fotografico. Sono gli anni che fanno da apripista all'indipendenza, quelli in cui l'arrivo della moda transcontinentale e la scoperta del rock e del twist producono la miscela perfetta per il grande balzo in avanti di una nuova generazione giovanile. Malick Sidibé diventa così il testimone privilegiato di un mondo che sta lentamente cambiando pelle dopo aver finalmente scoperto sé stesso. I soggetti di Sidibé sono per lo più gli epigoni della classe media, nonché i ritrovi abituali dei giovani pronti a smaltire di notte le fatiche e le scottature del giorno africano.
 
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Gli accessori indossati da ragazzi e ragazze documentano la brama di cambiamento e di emulazione di un mondo ammirato soltanto al cinema, come le pose plastiche che vogliono scimmiottare i divi di Hollywood. Non c'è nulla di acquisito o stereotipato: c'è soltanto il legittimo anelito delle genti di Bamako di essere rappresentate così come esse desiderano essere percepite nella vita comune. Dietro l'imbarazzo e l'apparente disagio dell'essere davanti alla macchina fotografica c'è tutto l'orgoglio e la voglia di essere giovani e moderni. "Un periodo fantastico, unico - ha commentato Sidibé al Guardian qualche anno fa, prima di morire -. Noi non avevamo mai indossato calzini, ma all'improvviso la gente fu così orgogliosa di averli, e direttamente da Saint Germain des Près!"
 
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Seydou Keïta e Malick Sidibé - insieme ad altri - sono tra i protagonisti della mostra "Il cacciatore bianco" allestita per Milano Photoweek, in programma dal 5 all'11 Giugno, ai Frigoriferi Milanesi. A corollario dell'esposizione vi è anche la proiezione "Snapshots" che propone i lavori dei più rappresentativi autori della fotografia africana contemporanea. Racconti e linguaggi di grande forza che aprono a un mondo e a un'iconografia per lunghi tratti ancora sconosciuti.
 
   
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