Les Rencontres, ad Arles la fotografia si tinge di Latinoamerica
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Fonti Foto
Arles. È partito ad Arles "Les Rencontres de la Photographie", il festival francese di fotografia giunto quest'anno alla sua 48esima edizione. Si tratta di una delle più importanti rassegne continentali sulla fotografia contemporanea, che raccoglie testimonianze di storici maestri ed artisti e lavori di autori più giovani, creando tra questi una trama nel segno dell'attualità. Il filo conduttore è, come sempre, il linguaggio multitasking della fotografia, capace di raccontare, inventare, riparare e ricostruire ex novo, decodificando gli indizi rivelatori di una società in continua evoluzione. Sono circa quaranta le mostre in programma fino al 24 Settembre, divise per tematiche e visitabili presso i luoghi simbolo della kermesse ospitata sulle rive del Rodano. Tra i focus più interessanti vi è "Latina!", sezione con quattro mostre che presentano un Sudamerica come terra della fotografia, con un'attenzione particolare riservata alla Colombia. "Pulsions Urbaines" attraversa mezzo secolo di fotografia latinoamericana, dagli anni '60 sino all'alba del nuovo millennio, con immagini scelte dalla collezione di Leticia e Stanislas Poniatowski: in esse riverberano le contraddizioni delle città del subcontinente ibrido, strette nella morsa tra la volontà conservatrice della tradizione preispanica e le aspirazioni ereditate dal passato coloniale. "Une poétique de l'humain" è la personale della fotografa cilena Paz Errázuriz, cofondatrice dell'Associazione dei Fotofrafi Indipendenti. Formatasi come autodidatta negli anni '70, al tempo della dittatura di Pinochet, l'artista ha elaborato uno stile ed una visione del tutto personali, che fanno dell'immagine in bianco e nero uno strumento di denuncia del regime e della marginalizzazione di individui e specifici gruppi sociali. La Colombia è invece protagonista di due diverse esposizioni della sezione "Latina!": ne "La Vuelta" - titolo omaggio ad un'opera di Juan Fernando Herran - 28 artisti appartenenti a diverse generazioni esplorano i cambiamenti del paesaggio sociale, culturale e politico colombiano, interrogando le categorie di classe, identità ed economia, simbolo di quattro diverse aree concettuali: storia/memoria, luogo/territorio, natura/cultura ed identità/rappresentazione; ne "La Vache et l'orchidée", invece, la Colombia mostra come non sia mai ciò che pretende di essere: in mostra un collage che attraversa pluralità e diversità di paesaggi, dalle coste dei Caraibi e del Pacifico alle pianure interne sino alle Ande, dalla giungla amazzonica alla tentacolare discontinuità delle grandi città.
 
"L'Expérience du Territoire" è la seconda sezione di grido del Festival, con ben otto mostre che mettono in rilievo la poesia del territorio e la cultura del paesaggio. Tra di esse, i primi lavori di Joel Meyerowitz, il maestro americano della fotografia a colori, di cui sono in mostra le fotografie di strada e nei ventri delle città. "La vie dans les villes" presenta l'imponente lavoro di osservatore di Michael Wolf per le strade delle grandi metropoli mondiali, da Tokyo ad Hong Kong passando per Chicago, nella spasmodica ricerca della messa a fuoco perfetta della complessità della vita urbana moderna. Nel 1983, a 20 anni dalla fondazione, la Datar incaricò diversi fotografi di rappresentare il paesaggio francese degli anni '80. I risultati di quel lavoro sono protagonisti dell'esposizione "Dans l'Atelier de la mission photographique de la Datar", con immagini di grandi maestri come Gabriele Basilico, Robert Doisneau, Dominique Auerbacher, Josef Koudelka. A completare la sezione "Stances" di Marie Bovo, "Une utopie pavillonnaire", "Road to death", "The habit of the Being" e "Toujours le soleil".
 
Sconvolgimenti politici, cambiamenti climatici, disastri ambientali e sociali: dove sta andando il mondo? È la domanda a cui cercano di rispondere le esposizioni della sezione "Desordres du monde". "Je vous écris d'un pays lointain" è invece un progetto che mira a raccontare una parte del mondo, geograficamente o ideologicamente lontana, alla maniera di una corrispondenza fotografica. La mostra "Blank Paper" prende il nome dallo spazio intellettuale comune elaborato da un collettivo di fotografi stabilitosi a Madrid nei primi anni 2000. Questo laboratorio si è tradotto presto in un'evoluzione della pratica fotografica in senso collaborativo e di scambio, fino alla costruzione di una rete indipendente di produzione e distribuzione, la cui parola d'ordine è la solidarietà. "Iran, année 38" celebra invece la cultura iraniana della poesia visuale a partire dal 1979, l'anno della rivoluzione khomeinista e del rovesciamento del regime dello Scià. Malgrado le sue tradizioni secolari, l'Iran è ancora un paese giovane dal punto di vista della poesia moderna, ossia la fotografia. Sessantasei gli autori iraniani in mostra nelle forme del fotogiornalismo e della fotografia documentaria.
 
Per "Mise en Scène" di particolare interesse è la retrospettiva "Swiss Rebels" di Karlheinz Weinberger, un fotografo svizzero autodidatta ed impegnato, in origine magazziniere della Siemens. A contatto con gli esclusi e con gli Halbstarke di Zurigo, questo autore immortalò la società della Svizzera tedesca affascinata dai miti di Presley e Dean, alla maniera di un etnologo, con rispetto ed empatia. Tutti caratteri che fanno della sua "fotografia di ghetto", della rappresentazione di immigrati ed emarginati, un'area di forza e resistenza. "Relectures" analizza invece la fotografia da un punto di vista straniante, rileggendo - appunto - il surrealismo in occasione del quarantennale del Centre Pompidou e presentando il primo studio del fondo fotografico conservato presso la Fondazione Dubuffet, riguardante la produzione artistica dell'autore francese lungo una fetta consistente del ‘900. Spazio anche ai talenti di domani con i progetti del "Nouveau Prix Découverte" e di "Émergences".
 
   
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