Classici, "Lettera di una sconosciuta" di Stefan Zweig
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Ci voleva Wes Anderson ed il suo "Grand Budapest Hotel" per riportare in auge uno scrittore prolifico ed instancabile come Stefan Zweig. Ed è stato proprio il regista dei "Tenenbaum" a riconoscere il debito morale del suo ultimo film nei confronti dell'autore viennese, ed in special modo verso le short stories ed il memoir "Il mondo di ieri". Una riscoperta, quella di Zweig, che di certo non può dirsi nuova nel mondo cinematografico, e che al tempo stesso si è consolidata anche nel settore librario, come dimostra, tra le altre cose, la ristampa da parte di Garzanti, per la collana I Grandi libri, di un pamphlet agile e snello come "Lettera di una sconosciuta", da cui è stato tratto lo splendido, omonimo melodramma di Max Ophuls. Il racconto, datato 1922 e portato in Italia soltanto 10 anni dopo, si snoda attraverso la lettera, priva di indirizzo del mittente, recapitata da una donna ad un famoso scrittore viennese. Ed è la lettera stessa a costituire il corpo della storia, a dare allo scritto nervi, sostanza e vissuto: la lettera di una donna che ha appena perso il figlio, una donna che gronda lacrime di inchiostro destinate ad un uomo conosciuto sin da adolescente, un uomo amato di un amore mai ricambiato. Un amore che inizia ai tredici anni e si trasforma, poco alla volta, in regola ossessiva di esistenza, senza che l'altro se ne accorga. È il racconto, in sostanza, di un amore soltanto parzialmente puro, perché ben presto corroso dal liquido dell'ossessione. È il racconto, soprattutto, del lento ed agonizzante logorio di un tempo spazzato via dagli orrori della Grande Guerra. La Vienna cantata da Zweig è già diventata l'avamposto di un'umanità ormai giunta ai suoi ultimi giorni, per ricordare Karl Kraus. Non sarebbe stata, almeno non ancora, la fine dell'umanità, sebbene non fossero mai mancati i momenti nei quali l'epilogo sembrava vicino. L'umanità, anche quella di Zweig, sopravvisse, sebbene scottata dalle fiamme di un conflitto destinato comunque a spazzare ciò che era stato, ad erodere i piedi d'argilla di un gigante, quello della Mitteleuropa, che era al tempo stesso terra promessa e fucina di talenti. Quell'incendio sarebbe divampato, di lì a poco, con le micce innescate da un frustrato pittore viennese: e per Kraus, Mann, Bloch, Brecht, Lang, Grosz, Lubitsch, per Zweig e tutte le sue sconosciute sarebbe sì stata la catastrofe, accompagnata per alcuni dall'onta dell'esilio e del marchio irriducibile degli infami bollato dalla follia nazionalsocialista. Allora sì, i lampioni sarebbero tornati a spegnersi sull'Europa: e le tante sconosciute viennesi non le avrebbero più viste accese.
Author: Giovanni Apadula

 
   
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