Classici, "Pietroburgo" di Andrej Belyj
belyj14
Fonti Foto
In molti hanno proiettato le proprie ambizioni letterarie sulla scena teatrale, quasi ai confini di una fascinazione magica, di San Pietroburgo, la Pietrograd voluta dallo zar Pietro il Grande per guardare al Baltico ancora ostaggio degli svedesi, e lanciarvi l'assalto dalla fortezza di Kronstadt. Lo fece innanzitutto il maestro Nikolaj Gogol', che proprio sulle rive della Neva ambientò I Racconti del barbiere Jakovlevič, del pittore Cartkov e del consigliere Akakievic, del suo fantasma e del suo mantello. Quel realismo grottesco, per certi versi malsano e tragico, si riverberò lungo la Prospettiva Nevskij per tutta la durata dell'Ottocento, fino ad approdare alle sommosse popolari ed operaie vissute durante la Rivoluzione del 1905. Nella città dilaniata dal conflitto sociale, Andrej Belyj cala la rappresentazione sfumata della sua storia e dei suoi agilissimi, per contorni e delineazione, personaggi. Pietroburgo fu inizialmente pubblicato da Boris Nikolaevic Bugàev (questo il nome di battesimo) su un almanacco letterario, tra il 1913 ed il 1914, dunque in seguito dell'avvenuta consolidazione della repressione zarista e nell'ideale vigilia di quei "dieci giorni che sconvolsero il mondo". Quando nei primi anni '60 dell'Ottocento Černyševskij dava alla luce il suo "Che fare?", proprio nella prigione della città pietroburghese, il vetusto sistema feudale che ancora vigeva nella Grande Madre Russia iniziava a mostrare le sue crepe, permettendo l'insinuarsi delle prime piattaforme sindacaliste e delle pionieristiche società rivoluzionarie locali. Ad una di esse si lega il giovane Nikolaj Apollonovič, protagonista del romanzo, all'indomani della disfatta totale dell'esercito zarista nel conflitto russo-giapponese in Manciuria. A Nikolaj il nevrotico nichilista Dudka affida un compito particolarmente delicato: quello di far saltare uno dei simboli incancreniti del potere, dell'intelligencija gogoliana ammuffita, il senatore Apollon Apollonovič. Di uccidere cioè il suo stesso padre. Pietroburgo non resta sullo sfondo della tortuosa vicenda, ma la accompagna con i suoi lineamenti geometrici ed il suo slancio quasi gotico, che tuttavia finisce con il diradarsi all'interno di una storia che con il tempo degrada sempre più dal concreto al simbolico. La città si rivela per ciò che già Dostoevskij nel secolo precedente ne sottolineava: "enigmatica, la più astratta al mondo". Le "chiare" e "dormienti strade deserte" di Puškin sono ora affastellate da un'umanità che sembra saltar fuori direttamente dal teatro Karagöz, le cui ombre si stagliano sul primo piano di uno sfondo inquietante, come se il giallo della lampada ad olio contribuisse a storpiarne i contorni all'inverosimile. La storia stessa sembra preda di un inarrestabile climax discendente, ove tutto precipita verso il dirupo scosceso del grottesco e del surreale. Dudkin vorrebbe piazzare bombe, ma esplode in preda al suo fanatismo; anche il senatore vorrebbe confermare l'apparenza del suo impeccabile physique du role, ma resta vittima del suo delirio onirico. Nikolaj, come Ėjzenštejn in preda alle pulsioni del parricidio, cede infine alle voci del proprio "Io", pur mancando in maniera delirante l'obiettivo. Ancora una volta la realtà fatica ad emergere di fronte all'allucinazione, consegnando ai posteri un autore che a ragione può inserirsi tra i campioni del Simbolismo. "Pietroburgo" viene nuovamente pubblicato oggi da Adelphi, nella collana Biblioteca, curato immancabilmente da Angelo Maria Ripellino, uno dei superbi cantori del mito pietroburghese, della città "stregata ed inafferrabile", come la definisce nella prolusione introduttiva a "Le notti bianche" di Dostoevskij.
Author: Giovanni Apadula

 
   
Articolo contenuto in
SU LETTURE POTREBBERO INTERESSARTI
   
AGGIUNGI UN COMMENTO O SCRIVICI A redazione@irno.it
 
SEGUICI SU FACEBOOK E NON PERDERTI LE ULTIME NOTIZIE