Narrativa, "L'amico estraneo" di Christoph Hein
lamicoestraneo76
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"Mi sono bagnata di sangue di drago e nessuna foglia di tiglio mi ha lasciata indifesa da qualche parte. Da questa pelle non uscirò più". La frase che si richiama esplicitamente al mito dei Nibelunghi in cui Sigfrido, dopo essersi bagnato col sangue del drago Fafnir, diviene invulnerabile tranne in un punto della schiena dove si posò per l'appunto una foglia di tiglio, sembra essere uno dei temi centrali del romanzo "L'amico estraneo" del drammaturgo tedesco Christoph Hein. Scritta nel 1982, la novella – come preferisce catalogarla il suo autore – ritorna negli scaffali delle librerie per la E/O edizioni con la traduzione di Fabrizio Cambi: conosciuta nella Repubblica Federale Tedesca anche con il titolo di "Drachenblut" (Sangue di drago), essa racconta la storia di Claudia, medico della Repubblica Democratica Tedesca, che trascina la sua esistenza riparandosi continuamente dai traumi e dalle emozioni che la vita può riservarle. Quarantenne, divorziata, Claudia è un anima anestetizzata, che vive in un monolocale di una palazzina popolare della periferia berlinese. Unica passione la fotografia che le consente di ritrarre paesaggi, ruderi, nature morte, immagini che accumulerà ossessivamente in casa, senza trovar loro una collocazione: è così che Claudia stabilisce il suo rapporto con la creatività e con la vita in genere: "Non c'è più spazio per lo stupore e per i risultati inattesi. L'apparecchio consegna in modo attendibile quel che gli viene richiesto, non di più". In questo modo accoglie Henry Sommers, l'uomo che si intrufolerà una sera nel suo appartamento e che rimarrà al suo fianco per ben un anno. Una relazione liquida: nessuna promessa, nessuno slancio eccessivo. Nessuno dei due ama essere scalfito o sorpreso nella propria intimità. Il racconto, che si incastona più o meno nell'intervallo tra il trentanovesimo e il quarantesimo anno di vita di Claudia si apre proprio con il funerale di Henry, morto in un assurda rissa con un diciassettenne, a cui la donna va con estrema riluttanza e ripercorre gradualmente non solo la sua storia con l'uomo, ma anche alcuni episodi della sua infanzia. Tanti non-rapporti, tranne l'unico, quello con la sua amica d'infanzia Katharina, da cui si era allontanata a causa della fede cattolica di quest'ultima, che Claudia rimpiange con autentica nostalgia. Uno stile asciutto e quasi monotono quello con cui Hein racconta la meccanicità e la pochezza della vita di Claudia: "Sono serena. Sono piuttosto benvoluta. Ho di nuovo un amico. Posso concentrarmi, non mi riesce difficile. Ho dei progetti. Lavoro volentieri in clinica. Dormo bene, non ho incubi. A febbraio mi comprerò un auto nuova. Sembro più giovane di quanto non sia. Ho un parrucchiere dal quale posso andare senza appuntamento, un macellaio che mi serve bene, una sarta che ha capito il mio stile. […] Ho la pelle in ordine. Mi posso permettere quello che mi piace. Sono sana. Tutto quello che potevo raggiungere, l'ho raggiunto. Non saprei quello che mi manca. Ce l'ho fatta. Sto bene". Una paratassi che nasconde la profonda infelicità e disperazione di una donna rimasta sola e che erige intorno a sé un muro per non essere travolta dalle emozioni che sono all'esterno, un non dolore più amaro del dolore stesso, che Hein riprende come un cronista: spietato e senza fronzoli. La ripetizione di frasi rassicuranti, quasi a volersene autoconvincere. Hein, al suo primo romanzo, che gli è valso nel 2002 il Premio di Stato Austriaco per la Letteratura europea, pone sotto accusa il sistema socialista, paragonandolo non troppo velatamente a quello capitalista: entrambi generano mostri, individui alienati e privi di emozioni: un ritratto spietato della Germania orientale, ma soprattutto della Germania post-bellica, dove occorre fermarsi all'apparenza, osservare ma non chiedere, conoscere ma non empatizzare. Uno schiaffo ad una generazione insensibile e offuscata. "L'amico estraneo è forse un romanzo per trentenni, non per quarantenni – afferma un lettore tedesco – Questi ultimi si guardano in faccia e impallidiscono. I primi arrossiscono e fanno (forse) qualcosa".
 
   
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