Autoritratti, "Introduzione a me stesso" di Raffaele La Capria
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Alcuni fenomeni e, a volte, il senso delle proprie azioni e della propria vita si comprendono soltanto ripercorrendoli a posteriori. Questo sembra il senso di "Introduzione a me stesso", il volumetto, edito da Elliot, pubblicato nel Novembre 2014 che rende omaggio alla carriera luminosa del 92enne scrittore Raffaele La Capria. Ultimamente scorto ai funerali del suo amico, il regista Francesco Rosi, con cui aveva lavorato come co-sceneggiatore in capolavori della cinematografia italiana come "Le mani sulla città" e "Uomini contro", La Capria è stato un precursore italiano di uno stile letterario che attingeva a piene mani da quello che era il Novecento letterario internazionale: nei suoi romanzi troviamo una lenta sottrazione alla psicologia del personaggio e una maggiore attenzione al contesto, come accadeva nei flussi di coscienza tanto cari a Joyce o nell'influsso predominante che aveva l'ambiente esterno sull'interiorità di Camus. "Introduzione a me stesso" riporta tre interventi pubblici dell'autore – uno scritto il 24 Giugno del 2011 per il Corriere della Sera e due lectio magistralis tenute alla Sorbonne di Parigi nel 2003 e a Salerno nel 2014 - più una piccola nota introduttiva e un appassionata introduzione curata dal saggista e critico letterario Raffaele Manica. La Capria interpreta sé stesso, le sue scelte e le letture che lo hanno influenzato e guidato nella stesura di due dei suoi lavori in particolare: "Ferito a morte", che gli valse il Premio Strega nel 1961, e "Paradiso perduto". La Capria, esponente della borghesia napoletana dei primi del Novecento, aveva avvertito l'esigenza di raccontare non solo sé stesso, ma di rendere al pubblico l'immagine di quella Napoli "bene", anestetizzata e cristallizzata in modi e maniere di circostanza, a causa – a suo avviso - dei moti del 1799, in cui fu massacrata dalla plebe. Massimo, l'adolescente protagonista del romanzo, non è soltanto l'alter ego di La Capria, ma colui che sperimenta uno dei concetti più cari allo scrittore, quello della "bella giornata". La bella giornata può essere considerata l'attesa della felicità, il raggio di sole che trafigge il muro della stanza da letto del protagonista è lo spostare questa sensazione di felicità verso un contesto più ampio, il quale, secondo lo scrittore - che ha ragionato a posteriori su questo concetto - è il mito mediterraneo dell'Invidia degli dei: la gioia, la spensieratezza rendono gli umani simili agli dei, per questo, nel momento in cui ci si avvicina a questa sensazione, puntuale arriva la nemesi, la terribile vendetta divina, il "Paradiso perduto" che ci ricongiunge simbolicamente alla sua seconda opera preferita. Napoli è lo sfondo in cui si dipanano le vicende di La Capria, ma Napoli è anche l'elemento con cui lo scrittore "litiga poeticamente": egli sostiene con fierezza di aver pagato lo scotto riservato a chi è partenopeo ma di aver "scritto" di Napoli e non di essere "stato scritto" dalla città. Contro ogni arroganza ideologica di cui molti libri sono infarciti, La Capria, ha sempre sostenuto l'importanza del senso comune – un altro dei suoi topos letterari più importanti – da distinguere però nettamente dal concetto di buon senso: "Il senso comune che io approvo – dice lo scrittore – è per sua natura disinteressato, è quello del "re nudo", quello che non può per nessuna ragione negare l'evidenza, e se piove non potrà mai dire che è una bella giornata. […] Concludo che il buon senso si adatta ed è prudente, il senso comune invece non lo è". Il senso comune, insieme alla meraviglia dello stare al mondo, l'attesa trepidante della "bella giornata", disseminano la produzione di uno scrittore italiano tra i più longevi ed interessanti del panorama novecentesco italiano, che oltre al premio Strega del 1961, è stato insignito di ben tre premi alla carriera; il Campiello e il Chiara nel 2002 e l'Alabarda d'oro nel 2011. Uno scrittore, ma soprattutto un uomo che, pur litigando intensamente con la sua Napoli, con la stessa intensità la ama e che racconta di quando, da ragazzo, trascorreva i pomeriggi con compagni di classe di eccezione come Napolitano, Patroni Griffi e Ghirelli: "Quando litigavamo, o giocavamo a calcio, dialetto stretto. Era la nostra identità ancestrale. Adesso la televisione ha creato un italiano-base grigio e banale". Un monito a tutti coloro che nascondono vacuità dietro un italiano perfetto.
Author: Valentina Manna

 
   
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