Narrativa, "Il liuto e le cicatrici" di Danilo Kiš
kisdanilo15
Fonti Foto
Il distacco è lo stesso, identica l'ineluttabilità dell'azione di fronte alla morte. Uguali le voci che si affastellano nel piccolo mosaico composito d'Europa. È solo un caso - o forse no, è frutto di un'ardimentosa scelta - che l'Enciclopedia dei morti, l'opera più eloquente e famosa di Danilo Kiš, datata 1983, non abbia abbracciato le piccole storie de "Il liuto e le cicatrici" (Adelphi), opera postuma dell'autore jugoslavo che raccoglie una serie di testi inediti rinvenuti tra i suoi carteggi e curata dalla prima moglie, Mirjana Miocinovic. Perché, se un debito lo hanno contratto con l'opera maxima, questo sta tutto nella frammentarietà sapientemente cesellata delle storie, e al tempo stesso nella loro malleabilità, nella loro capacità di inabissarsi nel magma incompiuto di quel presente. Se ne "L'Enciclopedia" Kiš mette l'uomo di fronte all'irreversibilità della morte, alla morte come grandezza del tutto avulsa dal campo argomentativo (come del resto lo erano i regimi totalitari), ne "Il liuto e le cicatrici" i personaggi compiono tragicamente il proprio destino, come se il destino quasi dipendesse da una prescrizione assoluta. E così Ödön von Horváth, intellettuale austriaco realmente esistito, incontra la morte a Parigi, schiacciato dal ramo di un albero squarciato da un temporale, come predettogli da Gottlieb, il controverso mago di Amsterdam. Perché un reale personaggio storico? Ancora una volta la risposta si trova nell'Enciclopedia, nella sacralità di ogni humana res, nella potenziale pericolosità dell'immaginazione e nel contatto rischioso con la menzogna. La narrazione diventa così perfetto indumento del reale, coprendolo con l'inossidabile armatura della tangibilità. Chi è quell'uomo disteso sul letto di morte, intento a ridonare agli amorevoli compagni di una vita tutto ciò che la vita ha donato? Chi altri, se non il magnifico autore de "Il Ponte sulla Drina"? Ivo Andrić come Miroslav Krleza ed i maestri di quell'autentico mosaico di civiltà che sono gli slavi del sud, come pure gli stessi di Grande Madre Russia, da Nabokov a Babel'. Il destino si palesa agli occhi stoici e disincantati dei protagonisti, come una notte interminabile "che preme sui malati", ricordando Garcia Lorca, e loro come navi che si lasciano guardare, per affondare tranquille. Il terreno sul quale rinnovare l'appuntamento estremo assume ora i tratti della capitale francese, ora quelli di una asettica cittadina dell'est, ora ancora quelli di Belgrado o di un nostalgico viaggio a Mosca. Non c'è sorte diversa per chi è un naufrago nel mare totalitario, "la letteratura come unica patria amica" sembra urlare Kiš, jugoslavo nato sul suolo serbo da madre montenegrina e padre ebreo d'Ungheria, deportato e deceduto in un lager. Perché solo la letteratura è capace di regalare un volto ed una storia, e dunque una memoria, a chi ha patito l'espropriazione di ogni singola stilla di interiorità.
 
   
Articolo contenuto in
SU LETTURE POTREBBERO INTERESSARTI
   
AGGIUNGI UN COMMENTO O SCRIVICI A redazione@irno.it
 
SEGUICI SU FACEBOOK E NON PERDERTI LE ULTIME NOTIZIE