Reportage, "Stelle nere" di Ryszard Kapuściński
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"L'opinione pubblica accetta con facilità i simboli per la semplice ragione che fanno sembrare semplici cose in realtà molto più complicate". La sentenza, asciutta ma loquace, assorbe molto dello spirito infuso da Ryszard Kapuściński negli otto reportage redatti in Africa a cavallo tra gli anni '50 e ‘60, ancora giovane, tra le mille luci ed ombre di un colonialismo dal cinismo tracotante ed i vagiti del sogno rivoluzionario. Tra le lande dello Zaire e del Ghana, il reporter polacco affina la sua penna tra l'aberrazione razzista dei coloni, all'ombra del carisma di due leader leggendari come Kwame Nkrumah e Patrice Èmery Lumumba. Il Sud del mondo avrebbe impresso sulla sua pelle una traccia inesorabile, un passaporto epidermico che avrebbe contrassegnato ogni sua tappa, dall'Africa all'America Centrale e Latina passando per il Medio Oriente, scenari di cambiamenti che la sua penna e la sua macchina fotografica avrebbero immortalato meglio, forse, di qualunque altro. In Africa, lavorando per l'Agenzia di Stampa Polacca, Kapuściński assiste alla brutalità di un imperialismo occidentale che si trascina ormai ignorando perfino se stesso. "(Il colono) può dedicarsi al suo sport preferito: avvicinarsi ai neri, buttarli fuori strada con il parafango e fargli prendere un bello spavento. Questo svago il colonuccio lo pratica in compagnia della colonuccia del cuore…". Alla fine dell'Ottocento Rudyard Kipling definì "Grande Gioco" quello che le potenze occidentali avevano iniziato nell'Asia sud-orientale, alla vigilia del riassetto in senso monopolistico del Grande Capitale che avrebbe poi portato alle due Guerre. Kapuściński diventa così testimone degli strali deliranti dell'occupazione del suolo africano, come pure della disillusione stoica degli indigeni, al tempo stesso pronti ad abbeverarsi alla fonte dei lìder màximi. Viaggia, così, in perenne equilibrio tra i mostri di Frankenstein generati dal colonialismo e l'alchimia dell'onirismo rivoluzionario. Perché al richiamo di una Budapest soffocata nel '56 dall'armata sovietica risponde l'anelito di un fedelissimo di Nkrumah: "Sia voi che noi vogliamo creare una società senza classi". È la carica dei grandi condottieri neri ad imprimere il dettato nelle menti dello svilito ed umiliato "volk" locale, spettatore passivo fino ad allora dello spettacolo indecente offerto dalla borghesia europea e più che mai voglioso di riprendersi il proscenio della tanto attesa decolonizzazione. "Fanno sembrare semplici cose complicate". L'estrema bravura e diligenza del cronista Ryszard ci restituiscono questa dinamica in uno slow-motion centellinato sapientemente. L'uomo dei frammenti, così lo ha definito tempo fa il collega e amico Cataluccio: avendo lavorato per anni con un'agenzia di stampa ufficiale, aveva conservato così tanto materiale da non riuscirlo più a tenere e catalogare nei suoi taccuini. Ed è proprio per questo che ha potuto così donarci capolavori come "Shah-in-shah", "Cristo con il fucile in spalla", "Ebano", oltre all'inedito Stelle Nere, pubblicato da Feltrinelli nella collana Narratori e corredato da reportage fotografici realizzati in Ghana tra il 1959 ed il 1960.
Author: Giovanni Apadula

 
   
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