Narrativa, "Sulle donne" di Robert Walser
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"Sulle donne" di Robert Walser è un volume postumo pubblicato nel 1967 per la prima volta, ovvero 11 anni dopo la morte del suo autore. In Italia è la casa editrice "Adelphi" che ha scelto di pubblicare le opere di Walser nella collana "Piccola biblioteca" e, questo libro in particolare, è il più recente anticipato solo da "Il Brigante" nel 2008 e "Ritratti di pittore" nel 2011. Prima di esprimere un'opinione relativa all'opera, appare indispensabile spendere qualche parola a proposito dello scrittore: Walser nacque nel 1878 nella città svizzera di Bienne. La sua era una famiglia alquanto numerosa e Robert, fin da bambino, mostrò chiare simpatie nei confronti del teatro mentre la sua formazione scolastica si arrestò prima che potesse completare le scuole superiori perché i genitori avevano serie difficoltà economiche. Gli scritti di Walser videro la luce nel 1898 quando il critico Joseph Vistor Wildmann pubblicò alcune sue poesie per cui egli ben presto entrò a far parte del circolo Art Nouveau mentre la rivista Insel pubblicava alcuni suoi racconti. Del 1904 è il primo libro dal titolo "I temi di Fritz Kocher" ma la sua attività di scrittore era intervallata da altri lavori, infatti fu anche segretario di una società artistica. Walser, oltre ad essere stato autore di romanzi, è noto anche per i racconti brevi e per gli articoli giornalistici mentre le sue poesie furono persino recensite da Herman Hesse e lo stesso Franz Kafka lo individuò come suo predecessore. Le esperienze positive come scrittore furono però offuscate dai dispiaceri familiari infatti la madre ed un fratello presentarono seri disturbi mentali, un altro fratello morì suicida e lo stesso Robert ebbe problemi psicologici che lo influenzarono notevolmente dato che scelse di trascorrere gli ultimi anni della sua vita in un sanatorio, nonostante i medici avessero dichiarato la sua completa guarigione. Iniziamo con il dire che l'attività scrittoria di Walser non è stata omogenea ma, al contrario, si è modificata negli anni e, soprattutto nell'arco di tempo che va dal 1913 al 1929, il suo stile si radicalizzò e divenne astratto, persino la sua grafia mutò diventando minuscola ed estremamente complessa per la lettura. Un'altra sua opera, "La passeggiata", viene etichettata come perfetta e il volume stesso si configura come una metafora del suo linguaggio e della sua esistenza ma anche "Sulle donne" non ha organicità: l'autore saltella da un argomento all'altro, anticipa un concetto ma non lo affronta decidendo poi di parlarne molto tempo dopo quando il lettore è stato stancato, nel vero senso della parola, dalle sue sterili elucubrazioni. Questo tratto di Walser raggiunge l'acme proprio nel volume in oggetto; pur sottolineando di continuo che le donne sono al centro della narrazione, a parte qualche sporadico riferimento, delle creature femminili egli non scrive nulla. "È bello e utile conoscerle, ma è parimenti utile, e se del caso ancor più bello, grazie all'esatta cognizione delle loro peculiarità, soccorrerle e servirle", appare quindi chiaro che Walser guardava alle donne come ad esseri poco comprensibili e, pertanto, riteneva più comodo idolatrare quasi la figura femminile, mostrandosi servizievole e accettando la loro natura, senza disturbarle più di tanto. È pur vero che gli anni in cui Walser scrisse queste riflessioni erano ben diversi dalla nostra epoca e che la condizione stessa dell'individuo di sesso femminile era molto lontana da quella attuale. Senza voler accusare Walser di un maschilismo che non palesa mai chiaramente, deprime notare quanto la donna fosse per lui al pari di una bella statuina da spolverare ogni tanto lasciandola in mostra su un mobile pregiato, compiacendosi della sua bellezza e della sua frivolezza. Ricorre spesso il nome di una certa Erna, la destinataria di molti del suoi versi, ma non viene approfondito il suo ruolo, Walser è troppo impegnato nello scrivere i suoi pensieri sparsi, citando episodi privi di interesse e che assolutamente nulla hanno a che fare con il tema femminile. Probabilmente la scelta di Carl Seelig, mentore di Walser, di pubblicare il volume non è stata affatto vincente dato che si trattava di una sorta di taccuino a cui lo scrittore aveva scelto di affidare ciò che gli frullava per la testa ma, soprattutto, è il titolo ad essere inadeguato visto che si tratta di pensieri fini a se stessi e che, di certo, non contribuiscono a dare rilievo all'autore.
 
   
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