Libri, tre consigli per l'estate - Seconda parte
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Czesław Miłosz, "La mia Europa" (Adelphi, 1985). Qual è, se c'è, il prezzo della libertà? Per Miłosz non ci sono molti dubbi: l'indifferenza per la sorte degli ultimi, i "silenziosi". Il viaggio della speranza, intrapreso con due amici – giovanissimi come lui – nel 1931 si trasformò qualche anno più tardi – con lui maturo e disilluso - nell'amara constatazione di ciò che si nasconde dietro il simulacro occidentale, apparente vessillo di libertà e rivoluzione: la negazione delle istanze solidaristiche e collettive, non meno di quanto avesse fatto nella sua Polonia quel socialismo reale dal quale si sarebbe distaccato. Nato in Lituania, centro nevralgico di un Granducato medievale prima e della Confederazione polacco-lituana poi, l'autore incanala in questo lavoro un patrimonio di saperi sedimentatisi nel tempo, testimonianza imperitura di amarezze incomunicabili agli occidentali. La dicotomia tra i due blocchi è una costante dello storytelling, e Miłosz mostra di non volervi rinunciare, sebbene nutra nei confronti di entrambi sentimenti forti e drammaticamente contrastanti. Il battito cardiaco, tuttavia, si fa più forte quando a far capolino è la sua terra, quella che più di ogni altra "ha toccato il fondo", per questo capace di poter insegnare qualcosa ad un Occidente inebetito dall'alchimia stordente del liberismo.
 
Sherwood Anderson, "Winesburg, Ohio" (Einaudi, 2011). Gli occhi e le parole di George Willard, cronista e protagonista designato dal destino letterario, ripercorrono scatti di vite assiepate in un villaggio dell'Ohio, Winesburg, tra strade polverose e botteghe ancestrali. Sono esistenze frammentarie, spunti individuali ma legati all'epopea dell'American Dream agli albori, vissuto in un anelito di perdizione e smarrimento. Sono storie di vita quotidiana, che l'autore americano ritrae con una maestria pressoché impareggiabile, della quale Hemingway e Pavese si riterranno debitori. Lo stile asciutto e con pochi fronzoli, il linguaggio genuino e colloquiale portano in rilievo le increspature della provincia americana di inizio ‘900, con quella speculazione protoromantica su un'età dell'oro ormai finita e l'ombra incombente della rivoluzione industriale e dei suoi ingranaggi, perfetti per ingabbiare in una teca di doppio vetro il dramma leggero della vita.
 
Giorgio Scerbanenco, "Il centodelitti" (Garzanti, 2009). Il "Quattronovelle"era un progetto di raccolta destinato ad una rivista: quattro racconti brevi, da pubblicare una volta a settimana in un'unica pagina, ogni volta con un tema diverso, dalle grandi città (quasi sempre Milano, ma anche Torino) all'amore, passando per la guerra ed i sogni. Uno spazio troppo circoscritto per una mente feconda come quella di Scerbanenco, capace di immaginare molte più storie e molti più scenari di quelli che gli avrebbero commissionato. E così quel lavoro che doveva durare lo spazio di qualche settimana andò avanti per un biennio, fino a raggiungere la cifra tonda dei 100 racconti, pubblicati da Garzanti per la prima volta nel 1970. Storie brevi, asciutte, a tratti brevissime e spesso crude, dove il delitto non è necessariamente l'assassinio comunemente inteso, ma anche un colpo alla vita altrui, da quel momento non più come prima. In rilievo assurgono la dignità, l'animo dei personaggi, alle cui emozioni l'autore stesso sente di partecipare. Il vero delitto sarebbe non leggere un simile capolavoro.
 
   
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