Narrativa, "I senza terra" di Szilárd Borbély
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La vita al tempo del socialismo reale, il salto dal nulla alla più cupa povertà, il sordido scoperto dagli occhi madidi di fango di un bambino mentre gli anni '60 del Novecento avanzano in una terra lasciata al suo destino. Szilárd Borbély racchiude nel suo "I senza terra", uno dei capolavori della letteratura ungherese, pubblicato in Italia da Marsilio, il mondo lontano di una comunità lontana e frammentata, sia pure parte di una società capace ancora di parlare al presente, riversando stille della sua attualità. Figlio (il nome del piccolo protagonista non è dato sapere) è parte di una famiglia ai margini, stanziata al confine in un villaggio pullulante di zingari, romeni, ungheresi, ruteni, ebrei, greci ortodossi o apostati, appendice quasi necessaria della vastità della puszta magiara. La marginalità - come spesso succede nella realtà, che è anche la realtà di certa letteratura - si traduce nell'irreversibilità del disprezzo se non dell'odio, come quando il bambino viene pestato e deriso dai suoi coetanei. Dopotutto - sosteneva Galeano - si è sempre "ebrei di qualcuno". All'annientamento dell'autoritarismo di destra, seminato tra i confini dal revanchismo vecchio stampo dell'ammiraglio Miklós Horthy e poi dal nazionalsocialismo delle Croci Frecciate di Szálasi, si era sostituita la macchina autarchica del comunismo sovietico, coi suoi tentacoli inumani fatti di kolchoz e processi sommari capaci di soffocare anche i tentativi di un socialismo dal volto umano. L'Ungheria di Figlio e della sua famiglia - quel posto dove i "nuovi signori" avevano inventato un nuovo modo di salutare: "chiamavano tutti compagno" - raccoglie l'eredità di un passato che scivola irrimediabilmente sul presente, colorandolo delle tinte plumbee del dolore e dell'incomunicabilità. I periodi - partoriti dalla voce narrante del protagonista - sono brevi e secchi, non indugiano nell'autocommiserazione, né reclamano commozione. Le sue parole si limitano a fotografare una realtà visitata da occhi di frontiera, lucidi nella loro ingenua onestà. Dopotutto quella terra "non è poi così fangosa. Noi diciamo paltosa". È l'habitat de I senza terra, un titolo che l'autore - docente all'Università di Debrecen, morto suicida nel 2014, solo un anno dopo la pubblicazione di quello che è stato il suo primo ed ultimo romanzo - ha voluto conservare nonostante le volontà dell'editore, e che si annoda al sottotitolo: "Se n'è già andato Messiah?" (Messiah è uno dei personaggi della storia, uno zingaro malvisto e maltrattato).
Author: Giovanni Apadula

 
   
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