Romanzi, "Giuliano" di Gore Vidal
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"Hai saputo dell'imperatore Teodosio?". L'anziano maestro Libanio, entrando in classe, viene interrotto dal petulante ciarlare di uno studente cristiano, assai solerte nel comunicargli le novità in arrivo dal trono di Tessalonica. È il Marzo del 380 d.C., sono i giorni dell'Editto teodosiano che sancisce la fine della libertà di culto negli imperi romani d'oriente ed occidente, timbrando con "un orribile greco burocratico" - quello dei vescovi - l'ascesa del Cristianesimo ad unica ed ufficiale religione di stato. Nell'incessante carteggio col vecchio amico Prisco, Libanio da Antiochia ribadisce la necessità di reagire al provvedimento, unica azione legittima per il bene di una intera civiltà. Ciò che sarà di loro, singolarmente, non ha più alcuna importanza: la morte, ad una certa età, è un evento normale, e la stessa filosofia in fondo è preparazione serena al nulla eterno. "Il nostro caro amico e discepolo, Giuliano, aveva cominciato a scrivere le sue memorie - racconta il maestro - e so che tu - chiede a Prisco - ti eri impossessato di quegli appunti alla sua morte". Attraverso la fitta corrispondenza tra i vecchi amici, Gore Vidal fa così emergere, dalla linea d'orizzonte di un profondo lavoro a metà tra il saggio e la fiction, la figura dell'imperatore, nativo della Tracia e nipote di Costantino, il pioniere dell'istituzionalizzazione del credo cristiano e l'artefice di Nicea. "Dal suo esempio - avrebbe poi scritto di lui Giuliano - ho imparato che è pericoloso schierarsi con qualsiasi fazione dei galilei". Libanio, vecchio precettore di Giuliano, e Prisco, compagno fedele nelle spedizioni militari dell'imperatore fino allo scontro fatale in Persia, ripercorrono la vita del compianto sovrano, riportandone a galla l'amore per la filosofia e dunque per la vita, la fede incondizionata per la tolleranza e l'avversione per gli integralismi, prerequisiti di una epopea romantica sommersa dalla condizionante etichetta di Apostata affibbiatagli dagli storici cristiani. I due ricordano la felice giovinezza trascorsa a Nicomedia, l'isolamento infantile col fratello Gallo in Cappadocia e la convivenza col terrore di essere ammazzati, l'incontro col maestro Mardonio, che gli trasmetterà un'autentica venerazione per i classici greci e la cultura ellenistica.
 
Divenuto Cesare in Gallia, chiamato a negoziare e soprattutto a sedare la fagocitante protervia dei Germani, sarà catapultato quasi controvoglia sul soglio imperiale nel 361 d.C., a causa della morte del cugino Costanzo e della dissoluzione del fratello, più cinico e primitivo ma anche meno accorto. "Non volevo il potere, o almeno così pensavo (…) Sapendo quello che so oggi, se fossi stato imperatore, e lui il piccolo sognatore sulla collina della Bitinia, avrei subito mandato a morte quel giovane filosofo". Nessuno, però, sapeva ancora ciò che Giuliano era al tempo, ciò che sarebbe diventato. Sarebbe diventato un valoroso combattente, un imperatore colto e tollerante - simile al Marco Aurelio del "Racconto di sé stesso" che tanto ammirava - acclamato dalle stesse truppe galliche, che la propaganda religiosa ha costantemente tenuto all'indice. Il verbo imperialista romano sarà esaudito con la progressiva espansione dei confini ad est, a danno dell'eterno nemico Parto. Ma ciò che riverbera nel lavoro di Vidal ("Giuliano", Fazi Editore) è la costante tensione di questo personaggio verso la liberazione della civiltà dal giogo fideistico, la ricercata e testarda volontà di ripristino dei vecchi protocolli pagani, tradotta nell'apostasia, nel rifiuto del Cristo, atto filosofico di filantropia ed amore per la libertà vista in ogni declinazione, minacciata oltreconfine dai barbari e all'interno dalla cecità del nuovo monoteismo. L'utopia di restaurare il vecchio Olimpo è tuttavia destinata a scontrarsi con l'incalzante incedere del tempo, con la mutazione in atto della struttura sociale ed economica dell'impero, a cui ben si adatta la copertura concava del Cristianesimo. Nulla è più come prima, nemmeno Giuliano, quel vecchio ragazzo che vedeva sé stesso parlando con un amico filosofo. La vecchiaia - come ricorda Libanio a Prisco - non risparmia nulla. "Come gli alberi secolari, cominciamo a morire dalla cima".
Author: Giovanni Apadula

 
   
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