Libri Online, "Il Piccolo Principe" di A. de Saint Exupéry [5/9]
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Capitolo 12. Il pianeta seguente era abitato da un beone. Questa visita fu molto breve, ma infuse nel piccolo principe una profonda malinconia: - Che fai? - domandò al beone, che sedeva silenzioso davanti a una quantità di bottiglie vuote e piene. - Bevo - rispose il beone. Aveva un aspetto lugubre. - Perché bevi? - gli domandò il piccolo principe. - Per dimenticare - rispose il beone - Per dimenticare cosa? - s'informò il piccolo principe che incominciava a compiangerlo. - Per dimenticare che provo vergogna - gli confidò il beone abbassando la testa. - Vergogna per cosa? - indagò il piccolo principe, che desiderava aiutarlo. - Vergogna di bere! - concluse il beone che si chiuse definitivamente nel suo silenzio. E il piccolo principe se ne andò via perplesso. «Gli adulti sono decisamente molto molto bizzarri» pensò tra sé durante il viaggio.
 
Capitolo 13. Il quarto pianeta era abitato da un uomo d'affari. Costui era così occupato che all'arrivo del piccolo principe non sollevò neppure la testa. - Buongiorno, - gli disse - guardi che le si è spenta la sigaretta. - Tre e due fa cinque. Cinque e sette dodici. Dodici e tre quindici. Quindici e sette ventidue. Ventidue e sei ventotto. Non ho tempo di riaccenderla. Ventisei e cinque trentuno. Ouf! In tutto sono cinquecentounmilioni-seicentoventiduemila-settecentotrentuno. - Cinquecento milioni di che? - Eh? Sei ancora là? Cinquecento milioni di… non lo so più… Ho talmente tanto da lavorare! Sono uno serio io, non mi perdo in sciocchezze. Due e cinque sette… - Cinquecento milioni di che? - ripeté il piccolo principe che non rinunciava mai a una risposta, una volta che aveva posto una domanda. - L'uomo d'affari levò il capo: - In cinquataquattro anni che abito questo pianeta, non sono stato disturbato che tre volte. La prima volta fu ventidue anni fa, quando uno scarabeo venne giù solo dio sa da dove. Faceva un baccano terribile e ho fatto quattro errori in una addizione. La seconda volta fu undici anni fa, a causa di un attacco di reumatismi. Sono troppo sedentario. Non ho tempo di bighellonare. Io sono uno serio. La terza volta… eccola qui! Dunque, dicevamo cinquecentounmilioni… - Milioni di che? L'uomo d'affari capì che non c'era speranza di essere lasciato in pace. - Milioni di quelle cosette che si vedono alle volte nel cielo. - Le mosche? - Ma no, le cosette che brillano. - Le api? - Ma no. Dico quelle cosette dorate che fanno sognare a occhi aperti i perdigiorno. - Ah… le stelle?! - Giusto quelle. Le stelle. - E che ci fai con cinquecento milioni di stelle? - Cinquecentounmilioni seicentoventiduemila settecentotrentuno. Io serio, sono un tipo preciso. - E che te ne fai di queste stelle? - Che me ne faccio? - Sì. - Nulla. Le possiedo e basta. - Tu sei il proprietario delle stelle? - Sì. - Ma io ho conosciuto un re che… - I re non sono i proprietari. Loro ci «regnano». È molto differente. - E a che ti serve essere proprietario di stelle? - Mi serve per essere ricco. - E a che ti serve essere ricco? - Ad acquistare altre stelle, se qualcuno le scopre. - «Questo,» rifletté tra sé e sé il piccolo principe, «ragiona un po' come il mio beone.» Tuttavia pose ancora alcune domande: - Come possiamo possedere le stelle? - Di chi sono? - ribatté, scontroso, l'uomo d'affari. - Non lo so. Della gente. - Allora appartengono a me, perché ci ho pensato per primo. - E questo è sufficiente? - Certo. Quando trovi un diamante che non appartiene a nessuno, è tuo. Quando trovi un'isola che non appartiene a nessuno, è tua. Quando hai un'idea per primo, tu la fai brevettare: è tua. E io sono il proprietario delle stelle, perché nessuno altro prima di me ha mai pensato di possederle. - È vero, - disse il piccolo principe - e che te ne fai? - Le amministro. Le conto e le riconto - disse l'uomo d'affari. - È un lavoro duro. Ma io sono uno serio! Il piccolo principe non era ancora soddisfatto. - Se un fazzoletto è mio, me lo posso mettere al collo e portarlo con me. Se ho un fiore, posso coglierlo e portarlo con me. Ma tu non puoi cogliere le stelle! - Non posso, ma posso invece metterle in banca. - Cosa vuol dire? - Vuol dire che scrivo su di pezzo di carta il numero delle stelle di mia proprietà. E poi metto in un cassetto chiuso a chiave questo foglio. - Tutto qua? - Basta questo! «È divertente» pensò il piccolo principe. «È abbastanza poetico. Ma non è una attività seria.» Su quali fossero le cose serie il piccolo principe aveva delle idee piuttosto differenti dagli adulti. - Ma - aggiunse - io possiedo un fiore che innaffio giornalmente. Possiedo tre vulcani che pulisco tutte le settimane, perché pulisco anche quello spento, non si sa mai. Io sono utile ai miei vulcani e al mio fiore. Ma tu non sei di alcuna utilità per le stelle… L'uomo d'affari aprì la bocca, ma non trovò nulla da ribattere e il piccolo principe se ne andò. «Gli adulti sono decisamente straordinari» disse semplicemente tra sé e sé durante il viaggio.
 
Capitolo 14. Il quinto pianeta era molto curioso. Era il più piccolo dei cinque. C'era giusto lo spazio per ospitare un lampione e il lampionaio. Il piccolo principe non riusciva a spiegarsi a che potessero servire, in un punto qualsiasi del cielo, su di un pianeta senza case, senza abitanti, un lampione e un lampionaio. Comunque si disse: «Può darsi che quest'uomo sia irragionevole. Comunque è meno irragionevole del Re, del vanitoso, dell'uomo d'affari e del beone. Almeno il suo lavoro un senso ce l'ha. Quando accende il suo lampione, è un po' come se facesse nascere un'altra stella, o un fiore. Quando smorza il suo lampione, manda a dormire il fiore o la stella. È un lavoro molto bello. È davvero utile perché è bello.» Quando sbarcò sul pianeta salutò rispettosamente il lampionaio: - Buongiorno. Perché stai spegnendo il tuo lampione? - Questi sono gli ordini - rispose il lampionaio. - Buongiorno. - E in cosa consiste questo ordine? - Di spegnere il lampione. Buonasera. E lo accese nuovamente. - Ma perché lo riaccendi subito? - Sono gli ordini - rispose il lampionaio. - Non capisco - disse il piccolo principe - Non c'è nulla da capire - disse il lampionaio - gli ordini sono ordini. Buongiorno. E spense il lampione. Dopodiché si asciugò la fronte con un fazzoletto a quadretti rossi. - Faccio un lavoro pesantissimo. Un tempo era accettabile. Si spegneva al mattino e si riaccendeva alla sera. C'era tutto il giorno per riposare e tutta la notte per dormire… - E, da quel tempo, gli ordini sono cambiati? - Gli ordini non sono cambiati, - disse il lampionaio - e proprio qui sta il dramma! Anno dopo anno il pianeta ha preso a girare sempre più velocemente e gli ordini non sono cambiati! - E quindi? - disse il piccolo principe. - Quindi ora che compie un giro al minuto, non ho più un secondo di riposo. Devo accendere e spegnere una volta al minuto! - Quant'è buffo! Qui i giorni durano un minuto! - Non è affatto buffo, - disse il lampionaio - È già passato un mese da quando abbiamo incominciato a conversare. - Un mese? - Sì. Trenta minuti. Trenta giorni! Buonasera. E riaccese il suo lampione. Il piccolo principe lo osservò, gli piaceva questo lampionaio che era così fedele alla consegna. Gli tornarono in mente i tramonti che lui si era andato a cercare spostando la sedia. Volle aiutare il suo amico.: - Sai che io… io conosco un modo per farti riposare tutte le volte che lo desideri… - Lo desidero in continuazione - disse il lampionaio. Perché si può essere nello stesso tempo, scrupolosi e indolenti. Il piccolo principe continuò: - Il tuo pianeta è così piccino che puoi girarlo tutto in tre passi. - Non hai che da camminare assai lentamente per restare sempre al sole. Quando ti vorrai riposare non hai che da camminare… il giorno durerà tutto il tempo che vorrai. - Questo non mi servirà granché, - osservò il lampionaio - ciò che desidero di più è dormire. - Non c'è soluzione - concluse il piccolo principe - Non c'è soluzione - ribadì il lampionaio - Buongiorno. E spense il suo lampione. «Costui, pensò il piccolo principe mentre proseguiva il suo viaggio, costui verrebbe disprezzato da tutti gli altri, dal Re, dal vanitoso, dal beone, dall'uomo d'affari. Tuttavia è l'unico che non mi sembra ridicolo. Forse perché si prende cura di qualcosa di diverso da sé stesso.» Sospirò con rammarico e aggiunse: «Questo qua è l'unico di cui potrei diventare amico. Ma il suo pianeta è assolutamente troppo piccolo. Non c'è posto per due…» Quello che il piccolo principe non osava dirsi, era che quello che veramente rimpiangeva del pianeta erano sopratutto i millequattrocentoquaranta tramonti nelle ventiquattro ore! (CONTINUA QUI)
 
FONTE: Testo originale francese di Antoine de Saint-Exupéry, versione in italiano a cura di Franco Perini. Illustrazioni di Antoine de Saint-Exupéry. Testo pubblicato e distribuito con licenza Creative Commons, ovvero per essere liberamente distribuito, duplicato e donato a altri, oppure modificato derivandone altre opere.
 
   
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