Libri Online, "Lo strano caso del dr. Jekyll e del sig. Hyde" [4/9]
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L'EPISODIO DELLA LETTERA. Era tardo pomeriggio, quando Utterson decise di presentarsi alla porta del dottor Jekyll, dove fu subito ammesso da Poole, e condotto più in basso, passando dai locali della cucina e poi attraverso un cortile che un tempo era stato un giardino, verso l'edificio che era indifferentemente noto come il laboratorio o il gabinetto d'anatomia. Il dottore aveva acquistato la casa dagli eredi di un celebre chirurgo; essendo i suoi interessi rivolti piuttosto alla chimica che all'anatomia, aveva cambiato la destinazione del blocco in fondo al giardino. Era la prima volta che l'avvocato veniva introdotto in quella parte degli appartamenti del suo amico, guardò con interesse la squallida struttura priva di finestre, e girò lo sguardo tutto intorno con uno sgradevole senso di estraneità mentre attraversava la sala, una volta affollata di studenti appassionati, che ora restava desolata e silenziosa, i tavoli carichi di attrezzature chimiche, il pavimento ingombro di casse e cosparso da paglia per imballaggio, la luce che calava incerta attraverso il lucernario nebbioso. All'estremo, una rampa di scale portava su, verso una porta coperta di panno rosso, e, attraverso questa, Utterson fu finalmente ricevuto nello studio del medico. Si trattava di un un ampio locale, con armadi a vetri ben collocati tutt'intorno, arredato, tra le altre cose, con uno specchio basculante su un cavalletto e una scrivania; tre polverose finestre con inferriate, guardavano all'esterno sul cortile. Un fuoco ardeva nel camino; una lampada era accesa sulla mensola della cappa, poiché anche all'interno delle case la foschia incominciava a stendersi fitta; lì, stretto intorno al calore del fuoco, sedeva il dottor Jekyll, con un aspetto mortalmente malato. Egli non si alzò per andare incontro al suo ospite, ma gli tese una mano fredda e gli diede il benvenuto con una voce alterata. «E ora,» disse Utterson, non appena Poole li ebbe lasciati soli, «hai sentito le novità?» Il dottore rabbrividì. «La stavano gridando in piazza,» disse «l'ho sentita nella mia stanza da pranzo.» «Permettimi una sola parola,» disse l'avvocato «Carew era un mio cliente, come lo sei te, e voglio sapere cosa fare. Non sarai così folle da nascondere quell'individuo?» «Utterson, io giuro su Dio,» gridò il dottore, «io giuro su Dio che non lo voglio più vedere. Ti do la mia parola che ho chiuso per sempre con lui. Questo è tutto, è tutto finito. E davvero lui non vuole il mio aiuto; tu non lo conosci come lo conosco io; è al sicuro, è del completamente al sicuro; segnati le mie parole, di lui non si sentirà mai più parlare.» L'avvocato ascoltò mestamente; non gli piacevano i modi infervorati del suo amico. «Sembri essere molto sicuro sul suo conto,» disse «e per il tuo bene, spero che tu abbia ragione. Se si arrivasse a un processo, il tuo nome potrebbe venire fuori.» «Io sono del tutto sicuro sul suo conto,» replicò Jekyll «ho fondati motivi per avere delle certezze che non posso condividere con altri. Ma c'è una cosa sulla quale mi puoi consigliare. Io ho… ho ricevuto una lettera; e non so se debba mostrarla alla polizia. Mi piacerebbe lasciarla nelle tue mani, Utterson; tu giudicherai saggiamente, ne sono convinto; io ho una fiducia talmente grande in te.» «Tu temi, suppongo, che questa possa servire a trovarlo?» domandò l'avvocato. «No,» disse l'altro «non posso dire che io abbia a cuore cosa accadrà di Hyde, ho del tutto chiuso con lui. Sto pensando alla mia reputazione, che in questo odioso affare è piuttosto esposta.» Utterson rimuginò un po'; era sorpreso dall'egoismo del suo amico e tuttavia ne era sollevato. «Bene,» disse, alla fine, "fammi vedere la lettera.» La lettera era scritta con una bizzarra grafia verticale e firmata "Edward Hyde": e spiegava, abbastanza brevemente, che il benefattore dello scrivente, il Dottor Jekyll, che egli aveva ripagato a lungo così indegnamente delle migliaia di atti di liberalità ricevuti, non doveva darsi pena per la sua incolumità, poiché egli aveva mezzi per scappare, sui quali poteva fare sicuro affidamento. All'avvocato questa lettera piacque abbastanza; essa mostrava l'intimità tra i due in una luce migliore di quanto non avesse immaginato, e si maledisse per alcuni suoi passati sospetti. «Hai la busta?» domandò. «L'ho bruciata,» rispose Jekyll «prima di pensare a quello che stavo facendo. Ma non recava alcun timbro postale. La lettera è stata recapitata a mano.» «Posso tenerla e dormirci sopra?» chiese Utterson. «Desidero che sia tu a decidere interamente al posto mio.» fu la risposta. «Ho perso la fiducia in me stesso.» «Bene, ne terrò conto.» replicò l'avvocato. «E ora dimmi ancora una cosa: è stato Hyde a dettare le clausole del vostro testamento in caso di tua scomparsa?» Il dottore sembrò preso da un mancamento: serrò la bocca e annui. «Lo sapevo.» disse Utterson. «Aveva intenzione di ucciderti. È evidente che l'hai scampata bella.» «Quello che ho avuto è di gran lunga più che un risultato,» replicò il dottore solennemente «io ho avuto una lezione - O Dio, Utterson, che lezione ho avuto!» E per un momento si coprì il volto con le mani. Uscendo, l'avvocato scambiò una o due parole con Poole. «A proposito,» chiese «oggi è stata portata a mano una lettera: che aspetto aveva l'uomo che l'ha consegnata?» Ma Poole affermò che non era stato consegnato nulla se non dal postino «e solo circolari» aggiunse. Questa notizia fece uscire il visitatore con i suoi timori rinnovati. Chiaramente la lettera era entrata dalla porta del laboratorio; probabilmente, anzi, era stata scritta nello studio, e se le cose erano andate così, doveva essere giudicata in modo differente, e trattata con una cautela in più. Mentre andava via gli strilloni urlavano a squarciagola lungo i marciapiedi: «Edizione speciale. Sconvolgente omicidio di un deputato». Questa era l'orazione funebre per un amico e un cliente; e non poté evitare una certa apprensione al timore che il buon nome di un altro sarebbe stato risucchiato nel vortice dello scandalo. Alla fine, era una decisione delicata quella che doveva prendere; autosufficiente com'era per abitudine, cominciò ad accarezzare l'idea di farsi dare un consiglio. Non poteva ottenerlo apertamente, ma forse, pensò, avrebbe potuto ottenerlo in modo subdolo. Poco dopo, sedeva a lato del suo focolare con il signor Guest, il suo assistente capo, dall'altro lato, e tra i due, a una ben calcolata distanza dal fuoco, una bottiglia di un particolare vino invecchiato, che era stato a lungo mantenuto lontano dal sole nella cantina di casa sua. La nebbia ancora dormiva aleggiando sopra la città sommersa, dove le lampade baluginavano come braci e in modo ovattato e soffocato da queste nuvole cadute, la processione della vita cittadina continuava a srotolarsi attraverso le grandi arterie, con il suono di un vento impetuoso. Ma la stanza era allegra alla luce del fuoco. Nella bottiglia gli acidi si erano dissolti da un pezzo, il colore imperiale si era ammorbidito col tempo, come matura il colore nelle vetrate istoriate e il bagliore dei caldi meriggi autunnali nei vigneti di collina era pronto per essere liberato e disperdere le nebbie di Londra. Impercettibilmente l'avvocato si ammorbidì. Non c'era uomo con il quale mantenesse meno segreti che con il signor Guest, e non era sempre sicuro di mantenerne quanti ne avrebbe voluti. Guest aveva avuto spesso affari da sbrigare con il dottor Jekyll, conosceva Poole, e difficilmente poteva non sapere della familiarità del signor Hyde con quella casa, quindi avrebbe potuto trarre delle conclusioni: e allora, non sarebbe stato bene che egli potesse vedere una lettera che metteva quel mistero a posto? E dopo tutto, essendo Guest un valido studioso ed esperto di grafologia, non avrebbe considerato il passo naturale e cortese? L'assistente, inoltre, era un uomo avvezzo alla consulenza, difficilmente egli avrebbe letto un documento così singolare senza rilasciare un commento; e sulla base di quel commento Utterson poteva configurare la sua condotta futura. «È una triste vicenda quella di Sir Danvers.» disse. «Sì, signore, infatti. Ha suscitato grande scalpore nell'opinione pubblica.» rispose Guest. «Quel tale, evidentemente era un pazzo.» «Mi piacerebbe sentire il vostro punto di vista su questo;» replicò Utterson «ho qui un suo documento autografo, e resti una cosa detta tra di noi, perché è difficile sapere cosa farne; si tratta di un brutto affare in sommo grado. Ma ecco qui, proprio nelle vostre mani, l'autografo di un assassino.» Gli occhi di Guest luccicarono, si sedette all'istante e lo studiò con cura. «No, signore,» disse «non è folle; ma è originale.» «E a detta di tutte le confidenze anche chi lo ha scritto è molto originale.» aggiunse l'avvocato. Subito dopo il domestico entrò con un biglietto. «Viene dal dottor Jekyll, signore?» domandò l'assistente. «Penso di riconoscere la scrittura. Qualcosa di personale, signor Utterson?» «È soltanto un invito per cena. Perché? Vuole vederlo?» «Solo un momento. La ringrazio, signore.» e l'assistente pose i due fogli affiancati comparandone diligentemente i contenuti. «Grazie, signore,» disse alla fine, restituendoli entrambi, «è un autografo molto interessante.» Ci fu una pausa, durante la quale Utterson combatté contro se stesso. «Perché li ha confrontati, Guest?» domandò improvvisamente. «Beh, signore,» replicò l'assistente «c'è una rassomiglianza piuttosto singolare; le due mani sono in molti punti identiche: differiscono solo per l'inclinazione.» «Piuttosto bizzarro.» disse Utterson. «È, come dite, piuttosto bizzarro.» replicò Guest. «Sappiate che non divulgherò questo scritto.» disse il capo. «No, signore.» rispose l'assistente. «Lo capisco.» Ma non appena Utterson quella sera restò solo, chiuse il biglietto nella sua cassaforte, dove era stato riposto già da tempo. "Come!" pensò "Henry Jekyll ha contraffatto la sua scrittura per favorire un assassino!" E il sangue gli si gelò nelle vene. (CONTINUA QUI)
 
FONTE: Testo originale inglese, versione in italiano a cura di Franco Perini. Testo pubblicato e distribuito con licenza Creative Commons, ovvero per essere liberamente distribuito, duplicato e donato a altri, oppure modificato derivandone altre opere.
 
   
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