Libri Online, "Lo strano caso del dr. Jekyll e del sig. Hyde" [6/9]
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L'ULTIMA NOTTE. Una sera terminato di cenare, Utterson se ne stava seduto al suo solito posto presso il focolare, quando venne colto di sorpresa da una visita di Poole. «Dio mio, Poole, cosa vi porta qui?» esclamò; poi, dopo avergli dato una seconda occhiata «Cosa c'è che vi affligge?» aggiunse. «Il vostro padrone è malato?» «Signor Utterson,» disse l'uomo «c'è qualcosa che non va.» «Adesso sedetevi; qui c'è un bicchiere di vino per voi.» disse l'avvocato. «Non c'è fretta, prendetevi il vostro tempo e raccontami compiutamente cosa volete.» «Lei conosce i modi del dottore, signore,» rispose Poole «e come si sia appartato. Bene, si è di nuovo rinchiuso nel suo studio; e la cosa non mi piace, signore - piuttosto vorrei morire. Signor Utterson, la prego, io sono spaventato.» «Ora, mio caro,» disse l'avvocato, «siate esplicito. Di che cosa avete paura?» «È da circa una settimana che ho paura» rispose Poole, eludendo con ostinazione la domanda «e non ce la faccio più.» L'aspetto dell'uomo confermava decisamente le sue parole; i suoi modi erano alterati; e fatta eccezione per il momento in cui per la prima volta aveva dichiarato il suo terrore, non aveva mai alzato lo sguardo sull'avvocato. Anche adesso sedeva con il bicchiere di vino sulle ginocchia senza assaggiarlo, i suoi occhi erano rivolti verso un angolo del pavimento. «Non ce la faccio più.» ripeté. «Forza,» disse l'avvocato, «immagino che abbiate delle buone ragioni, Poole; immagino che ci sia sul serio qualcosa che non va. Provate a raccontarmi di cosa si tratta.» «Penso ci sia stato un omicidio.» disse Poole con voce rauca. «Un omicidio!» gridò l'avvocato, un bel po' spaventato, e di conseguenza piuttosto incline ad irritarsi. «Quale omicidio? Cosa diavolo volete dire?» «Non oso parlarne, mi capisca,» fu la risposta «ma verrà con me per vedere di persona?» Per tutta risposta Utterson si alzò per prendere cappello e cappotto; tuttavia osservò con stupore il grande sollievo che apparve sul volto del maggiordomo, e forse non di meno si stupì che il vino non fosse ancora stato assaggiato, quando posò il bicchiere per seguirlo. Era una tipica sera di marzo, fredda e ventosa, con una pallida luna distesa di schiena come se il vento l'avesse inclinata; volavano brandelli di nubi dalla diafana trama di batista. Il vento rendeva difficile la conversazione, e screziava il viso arrossandolo di sangue. Sembrava anche che avesse spazzato strade insolitamente prive di gente, così che a Utterson parve di non aver mai visto quella parte di Londra così desolata. Avrebbe desiderato altrimenti; mai in vita sua aveva provato un desiderio così acuto di vedere e toccare i suoi simili, dal momento che, combattuto come meglio poteva, si era generato nella sua mente uno schiacciante presentimento di sventura. La piazza, quando la raggiunsero, era piena di vento e polvere, e i sottili alberi nel giardino sferzavano la cancellata. Poole, che durante tutto il tragitto si era mantenuto uno o due passi avanti, ora si arrestò a metà del marciapiede, e nonostante il clima pungente, si tolse il cappello e si asciugò la fronte con un fazzoletto da tasca rosso. Tuttavia nonostante si fosse affrettato nel tragitto, quello che asciugò non era un sudore da sforzo, quanto piuttosto la sudorazione prodotta da un'angoscia soffocante; infatti era bianco in faccia e la voce, quando parlò, suonò rauca e spezzata. «Beh, signore,» disse «ci siamo, voglia Iddio che non si trovi nulla di male.» «E così sia, Poole.» rispose l'avvocato. Dopodiché il domestico bussò in modo molto guardingo; la porta fu dischiusa con la catena; e una voce domandò dall'interno «Sei tu, Poole?» «Sì, tutto ok,» disse Poole, «apri la porta.» Quando entrarono trovarono la sala ben illuminata; il fuoco ardeva alto; e presso il focolare si accalcava tutta la servitù, uomini e donne, come un gregge di pecore. Alla vista di Utterson, la domestica scoppiò in un pianto isterico e la cuoca, gridando "Sia ringraziato Iddio! È il signor Utterson." gli corse incontro come volesse abbracciarlo. «Com'è che siete tutti radunati qui?» chiese irritato l'avvocato. «Molto scorretto, molto sconveniente; al vostro padrone non piacerebbe affatto.» «Sono tutti terrorizzati.» disse Poole. Seguì un profondo silenzio, nessuno faceva dichiarazioni; solo la cameriera alzò la voce e ora piangeva forte. «Sta un po' zitta!» le disse Poole in un tono feroce, a testimonianza di quanto avesse i nervi a fior di pelle; del resto tutti avevano avuto un sussulto, quando la ragazza aveva alzato in modo così improvviso il volume del suo lamento e si erano girati verso la porta interna con un'aspettativa piena di orrore dipinta sul volto. «E adesso,» continuò il maggiordomo, rivolto allo sguattero, «dammi una candela, che sistemiamo subito questa faccenda.» Quindi pregò Utterson di seguirlo, facendogli strada verso il giardino sul retro. «Adesso, signore» disse «venga avanti più piano che può. Voglio che ascolti, ma non voglio che la sentano. E stia attento, signore, se per caso le chiedesse di entrare, non lo faccia.» I nervi di Utterson, a questa inaspettata conclusione, gli diedero uno scossone da fargli quasi perdere l'equilibrio; ma riprese coraggio, e seguì il maggiordomo nell'edificio adibito a laboratorio e attraversò la sala d'anatomia, ingombra di casse e bottiglie, fino ai piedi della scala. Qui Poole gli fece cenno di mettersi da un lato e mettersi in ascolto, mentre lui, posata la candela e facendo un grande e palese appello alla sua risolutezza, salì i gradini e bussò con mano un po' incerta sullo spesso panno rosso della porta dello studio. «C'è il signor Utterson, signore, che chiede di vederla.» annunciò; e mentre faceva questo, ancora una volta fece energicamente segno all'avvocato di prestare ascolto. Una voce rispose dall'interno lamentosamente «Ditegli che non posso vedere nessuno.» «Grazie signore» disse Poole, con una nota un po' trionfante nella voce; e riprendendo la candela, ricondusse Utterson indietro attraverso il cortile nella grande cucina, dove il fuoco era spento e gli scarafaggi zampettavano lungo il pavimento. «Signore,» disse, guardando Utterson negli occhi, «era forse quella la voce del mio padrone?» «Sembra piuttosto cambiata.» replicò l'avvocato, molto pallido, ma restituendogli lo sguardo. «Cambiata? Beh, sì, lo penso anch'io.» disse il maggiordomo. «Ho abitato per vent'anni nella casa di quest'uomo e potrei farmi ingannare sulla sua voce? No, signore; il mio padrone è stato fatto fuori, è stato fatto fuori otto giorni fa, quando lo udimmo gridare invocando il nome di Dio; e chi c'è lì dentro al suo posto, e perché se ne sta là, queste sono cose che gridano vendetta al cielo, signor Utterson!» «Questa vostra storia è molto stramba, Poole; anzi è piuttosto folle, mio caro.» disse Utterson, mordicchiandosi un dito. «Supponiamo che le cose stiano come supponete voi, supponendo che il dottor Jekyll sia stato... beh, assassinato, cosa potrebbe indurre l'assassino a rimanere qui? Questa cosa non sta in piedi; è assolutamente illogica.» «Beh, signor Utterson, vedo che lei è duro da convincere, ma ci voglio riprovare.» disse Poole. «Durante tutta la settimana passata (sappiatelo) lui, ovvero quell'essere, o qualsiasi cosa sia quella che vive in quello studio, non ha fatto altro che urlare giorno e notte per avere un certo farmaco di cui non riusciva a ricordarsi il nome. Delle volte quello - cioè, il padrone - aveva questo modo di fare, scriveva le sue ordinazioni su un foglietto di carta che lanciava sulle scale. Ma da una settimana a questa parte non abbiamo avuto altro che questo; nient'altro che foglietti, e una porta chiusa, gli stessi pasti venivano lasciati lì per essere poi ritirati di nascosto quando non c'era nessuno a guardare. Ebbene, signore, ogni giorno, sì, ma anche 2 o 3 volte nello stesso giorno, ci sono stati ordinativi e lamentele, ed io sono stato mandato di volata da tutti i grossisti di prodotti chimici della città. Ogni volta che tornavo con la roba, c'era un altro biglietto che mi diceva di riportarla indietro, perché non era pura, e un altro ordinativo partiva per una ditta differente. Vuole questo farmaco a ogni costo, a qualsiasi cosa serva.» «Ne avete qualcuno di codesti foglietti?» chiese Utterson. Poole si frugò in tasca e ne cavò fuori un biglietto spiegazzato che l'avvocato, chinandosi più vicino alla candela, esaminò attentamente. Il messaggio così recitava: "Il dottor Jekyll porge i suoi ossequi ai Signori Maw. Egli assicura che il vostro ultimo campione del preparato è impuro ed è del tutto inutile al suo scopo attuale. Nell'anno 18**, il dottor J. ne acquistò dai signori Maw un quantitativo piuttosto rilevante. Adesso egli vi implora di cercare con la cura più solerte se ne fosse avanzato un po' della stessa qualità e di farglielo avere immediatamente. I costi non sono un problema. L'importanza di questa fornitura per il dottor J. difficilmente potrebbe essere sovrastimata." Fino a questo punto la lettera procedeva in modo abbastanza usuale, ma poi, con un improvviso scatto della penna, l'emozione dello scrivente aveva fatto irruzione dando libero sfogo. "Per amor di Dio," aggiungeva "ritrovatemi un po' di quella roba che mi avevate venduto l'altra volta." «Questo biglietto è strano,» disse Utterson; e poi in modo secco «com'è che lo avete aperto?» «Il commesso di Maw era arrabbiatissimo, signore, e me lo ha tirato dietro, come fosse una cartaccia,» rispose Poole. Questa è indubitabilmente la grafia del dottore, lo sapete vero?» riprese l'avvocato. «Anche io ho pensato che sembra proprio la sua.» disse il domestico piuttosto corrucciato, e poi, in un altro tono, «Ma che importa la mano che lo ha scritto?» disse. «Tanto io l'ho visto!» «Visto?» ripeté Utterson. «Ebbene?» «Ecco!» disse Poole «È andata così. Sono entrato all'improvviso nel laboratorio dal giardino. Sembrava che fosse uscito di soppiatto per cercare questo farmaco o qualunque altra cosa fosse; infatti, la porta dello studio era aperta, e lui era lì, proprio in fondo alla stanza, che rovistava tra le casse. Ha alzato la testa quando sono entrato, e se ne è uscito con una sorta di urlo, poi si è lanciato su per le scale nel suo studio. Io l'ho visto solo per un minuto, ma i capelli mi si sono rizzati in testa come aculei. Signore, se quello era il mio padrone, perché aveva una maschera sul viso? Se era il mio padrone, perché si è messo a strillare come un sorcio, scappando via da me? Sono stato al suo servizio abbastanza a lungo. E quindi…» L'uomo fece una pausa e si passò una mano sul viso. «Tutte queste sono circostanze molto strane,» disse Utterson «ma penso di incominciare a vederci chiaro. Il vostro padrone, Poole, è stato evidentemente colpito da una di quelle malattie che nello stesso tempo tormentano e deformano chi ne è affetto; questo ne causa, per quanto io ne possa sapere, l'alterazione della sua voce; da qui la maschera e lo sfuggire ai suoi amici; da qui l'urgenza di trovare il farmaco, per mezzo del quale il poveretto conserva qualche speranza di una guarigione definitiva - e voglia Iddio che non ne resti deluso! Ecco la mia spiegazione; è abbastanza triste, Poole, sì, e terribile da prendere in considerazione, ma è semplice e naturale, così tutto si tiene, e ci libera da allarmi ingiustificati. «Signore,» disse il maggiordomo, mentre assumeva una sorta di pallore a chiazze «quella cosa non era il mio padrone, è questa la verità. Il mio padrone» - qui si guardò intorno e prese a sussurrare - «è un uomo ben fatto, alto, mentre quello era poco più che un nano.» Utterson si provò a contestarlo ma «Oh, Signore,» si mise a tuonare Poole «credete davvero che io non conosca il mio padrone dopo vent'anni? Credete davvero che io non sappia dove arriva la sua testa quand'è davanti alla porta del suo studio, dove io l'ho visto ogni mattina della mia vita? No, signore, quella cosa mascherata non potrà mai essere il dottor Jekyll - Dio sa che cos'era - ma non era il dottor Jekyll; e io in cuor mio credo che sia stato commesso un omicidio.» «Poole,» replicò l'avvocato, «se voi dite così, sarà mio dovere accertarlo. Per quanto io desideri rispettare i sentimenti del tuo padrone, per quanto io resti perplesso a ragione di questo biglietto, che mi sembra comprovare che egli sia ancora vivo, io ritengo mio preciso dovere irrompere nello studio attraverso quella porta.» «Ah signor Utterson, adesso sì che parlate bene!» esclamò il maggiordomo. «E ora, viene la seconda questione,» riprese Utterson «chi lo farà?» «Perché lo chiede? Lo farà lei insieme a me.» fu l'intrepida risposta. «Ben detto,» rispose l'avvocato «e qualsiasi cosa accada, sarà mia cura assicurarmi che voi non abbiate a rimetterci.» «C'è un'ascia nel gabinetto di anatomia,» continuò Poole «e voi potete prendere l'attizzatoio della cucina.» L'avvocato prese in mano quell'utensile rudimentale ma pesante e lo soppesò. «Vi rendete conto, Poole,» disse, alzando la testa «che ci stiamo mettendo in una situazione irta di pericoli?» «Potete ben dirlo, signore, per davvero.» rispose il maggiordomo. «È bene, allora, essere franchi.» disse l'altro. «Entrambi abbiamo in mente più di quanto ci siamo detti; ora parliamoci chiaro. Quella figura mascherata che avete visto, l'avete riconosciuta?» «Beh signore, è accaduto tutto così in fretta, e la creatura era così ripiegata su se stessa, che io non potrei giurarlo senza esitazioni.» fu la risposta. «Ma se voi intendete chiedere, "era il signor Hyde?" …in effetti sì, penso che lo fosse! Vedete, era della medesima stazza, e aveva la medesima rapidità e leggerezza; e poi chi altro avrebbe potuto accedere dalla porta del laboratorio? Non vi siete dimenticato, signore, che al momento dell'omicidio egli aveva ancora la chiave con sé? Ma non è tutto. Non so, signor Utterson, se voi abbiate mai incontrato il signor Hyde.» «Sì» disse l'avvocato «una volta gli parlai.» «Allora dovreste sapere, alla stregua di noialtri, che c'era qualcosa di insolito in quel signore - qualcosa che sconvolgeva le persone - non saprei esattamente come dirlo, signore, se non che ti sentivi le ossa percorse da qualcosa di freddo e sottile.» «Ammetto di aver provato anch'io qualcosa di quello che avete descritto.» disse Utterson. «Proprio così, signore.» replicò Poole. «Ebbene, quando quella cosa mascherata saltò su come una scimmia tra gli alambicchi e schizzò via nello studio, mi si gelò la spina dorsale. Oh, lo so che non è una prova, signor Utterson; non sono così ignorante da non da saperlo; però gli uomini hanno le loro impressioni, e io vi giuro che quello era il signor Hyde!» «Sì, sì,» disse l'avvocato «i miei timori vanno nella medesima direzione. Il male, temo, che fu a fondamento di quella relazione non potrà che portare altro male. Sì, davvero, io vi credo; credo che il povero Harry sia stato ucciso; e credo che il suo assassino (per quale motivo, Dio solo lo sa) sia ancora rintanato nella stanza della vittima. Bene, che il nostro nome sia vendetta. Chiamate Bradshaw.» Il domestico arrivò, molto pallido e nervoso. «Calmatevi Bradshaw.» disse l'avvocato. «Lo so che questa attesa vi ha messo tutti a dura prova, ma è ora nostra intenzione di porre fine a tutto questo. Poole, che è qui, ed io, abbiamo intenzione di fare irruzione nello studio. Se è tutto a posto, le mie spalle sono abbastanza larghe per assumermene la responsabilità. Nel frattempo, se ci dovesse essere davvero qualcosa che non va, o se qualche delinquente cercasse di scappare dal retro, voi e il garzone dovete andare fuori girato l'angolo con un paio di buoni bastoni e appostarvi davanti alla porta esterna del laboratorio. Vi diamo 10 minuti, per prendere la vostra posizione.» Mentre Bradshaw li lasciava, l'avvocato diede un'occhiata al suo orologio. «E ora, Poole, andiamo noi a prendere la nostra posizione.» disse; e mettendosi l'attizzatoio sotto il braccio, fece strada nel cortile. Le nuvole si erano addensate davanti alla luna, e adesso era del tutto buio. Il vento, che nelle profondità dell'edificio irrompeva solo a soffi e folate, agitava la fiamma della candela in avanti e indietro lungo i loro passi, finché non giunsero al riparo nel laboratorio, dove sedettero silenziosamente in attesa. Londra pulsava solenne tutt'intorno, ma accanto a loro, l'immobilità era rotta solamente dal rumore di un passo che procedeva avanti e indietro lungo il pavimento dello studio. «Quello cammina in questo modo tutto il giorno, signore,» bisbigliò Poole «sì, e per gran parte della notte. Solo quando arriva un nuovo campione dalla farmacia, c'è una breve pausa. Ah, è la cattiva coscienza che è così nemica della quiete! Ah, signore, c'è del sangue colpevolmente versato in ognuno dei suoi passi! Ma ascoltate ancora, un po' più accosto - mettete il vostro cuore all'ascolto, signor Utterson, e ditemi, è questo il passo del dottore?» I passi avevano una cadenza leggera e strana, come una sorta di dondolio, per quanto procedessero così lentamente; erano per davvero differenti dalla andatura pesante e rumorosa di Henry Jekyll. Utterson sospirò. «Non si sente mai altro?» domandò. Poole annuì. «Una volta,» disse «una volta l'ho sentito piangere!» «Piangere? E come?» domandò l'avvocato, sentendo un repentino brivido di orrore. «Piangere come una donna o un'anima perduta;» rispose il maggiordomo «venni via così oppresso, che ero lì lì per piangere anch'io.» Ormai i dieci minuti erano scaduti. Poole tirò su l'ascia da sotto la paglia da imballaggio; la candela fu posta sul tavolo più vicino, perché facesse loro luce nel momento dell'assalto; trattenendo il respiro si avvicinarono là dove passi incessanti tuttora si muovevano su e giù, su e giù, nella quiete della notte. «Jekyll,» gridò Utterson, con voce tonante «chiedo di vederti.» Fece un momento di pausa, ma non giunse risposta. «Ti avviso in tutta franchezza, ci sono venuti dei sospetti, devo vederti e ti vedrò;» riprese «e se non sarà con le buone, allora sarà con le cattive - se non avrò il tuo consenso, allora userò la forza bruta!» «Utterson,» disse la voce, «per l'amor di Dio, abbiate pietà!» «Ah, questa non è la voce di Jekyll - è quella di Hyde!» urlò Utterson. «Abbattiamo la porta, Poole!» Poole roteò l'ascia sopra la spalla; il colpo scosse l'edificio, e la porta di panno rosso fu sbalzata contro l'infisso e i suoi cardini. Un lugubre strillo, come di puro terrore animale, risuonò dallo studio. La scure si alzò ancora, e ancora una volta il tavolato si schiantò nell'impatto e il telaio sobbalzò; per quattro volte il colpo s'abbatté; ma il legno era resistente e la struttura portante di ottima fattura; e non fu prima del quinto colpo che la serratura andò in pezzi, e i frantumi della porta caddero all'interno sul tappeto . Gli assedianti, sgomenti del loro stesso assalto e dalla quiete che ne era seguita, si ritrassero un po', scrutando all'interno. Là davanti ai loro occhi c'era lo studio nella calma luce di una lampada, un bel fuoco ardente e scoppiettante nel camino, il bollitore fischiava il suo esile sibilo, uno o due cassetti aperti, le carte ordinate con cura sulla scrivania, e vicino al fuoco era stato predisposto l'occorrente per il tè; l'avreste detta la stanza più tranquilla e, a parte gli armadi a vetro stipati di prodotti chimici, il posto più ordinario in quella notte a Londra. Proprio nel mezzo giaceva il corpo di un uomo orrendamente ripiegato che ancora si contorceva. Si avvicinarono in punta di piedi, lo rigirarono sulla schiena e videro il volto di Edward Hyde. Indossava abiti di gran lunga troppo larghi per lui, abiti per la stazza del dottore Jekyll; i muscoli della faccia si contraevano ancora con una parvenza di vita, ma la vita se ne era del tutto andata; e dalla fiala frantumata nella mano e dall'intenso odore di mandorle che aleggiava nell'aria, Utterson capì che stava guardando il cadavere di un suicida. «Siamo arrivati troppo tardi» disse severamente «sia per salvare che per punire. Hyde è andato a dar conto del suo operato e a noi resta solo di scovare il cadavere del vostro padrone.» La maggior parte dell'edificio era occupata dalla sala d'anatomia, che occupava quasi l'intero pianterreno, e prendeva luce dall'alto, e dallo studio, che formava ad una estremità un piano soppalcato e guardava sul cortile. Un corridoio collegava la sala con la porta sulla strada, che a sua volta comunicava in modo indipendente con lo studio attraverso una seconda rampa di scale. C'erano poi alcuni ripostigli senza finestre e una spaziosa cantina. Tutti questi locali vennero ispezionati a fondo. Ai ripostigli bastò dare solo un'occhiata, perché erano tutti vuoti, e tutti, dalla polvere che veniva giù aprendone le porte, mostravano di non essere stati aperti da lungo tempo. La cantina, invece, era colma di incredibili cianfrusaglie, la maggior parte risalenti al periodo in cui il chirurgo che aveva occupato quei locali prima di Jekyll; ma proprio nell'aprire la porta essi si resero conto dell'inutilità di ulteriori ricerche dalla caduta di un vero groviglio di ragnatele che erano state per anni a sigillare l'ingresso. Da nessuna parte c'era traccia di Henry Jekyll, vivo o morto. Poole batté con i piedi sulla pavimentazione del corridoio. «Deve essere sepolto qui sotto.» disse, prestando orecchio a come risuonava. «Oppure potrebbe essere fuggito.» disse Utterson, e si girò ad esaminare la porta che dava sulla stradina. Era chiusa; e lì vicino sulla pavimentazione trovarono la chiave già intaccata dalla ruggine. «Questa non sembra sia stata usata.» osservò l'avvocato. «Usata!» gli fece eco Poole. «Signore, non vedete, che è rotta? Come se qualcuno l'avesse pestata con forza.» «Ah» continuò Utterson «ed è arrugginita anche sulla frattura.» I due uomini si guardarono l'un l'altro impauriti. «Questo va al di là della mia comprensione, Poole,» disse l'avvocato «torniamo nello studio.» Salirono le scale in silenzio, e ancora una volta, dopo aver gettato un'occhiata sgomenta al cadavere, procedettero ad esaminare con maggior accuratezza lo studio. Su un tavolo vi erano le tracce di attività di laboratorio, diverse dosi di un certo sale bianco erano posate a mucchietti su piattini di vetro, pronte per un esperimento che era stato impedito a quel disgraziato di portare a termine. «Questo è lo stesso farmaco che continuavo a portagli.» disse Poole; e proprio mentre parlava il bollitore del tè traboccò, facendoli trasalire. Si portarono presso il caminetto, dove era stata avvicinata una comoda sedia, e l'occorrente per il tè stava a portata di mano di chi vi si fosse seduto, lo zucchero già pronto nella tazza. C'erano parecchi libri sopra uno scaffale; uno era aperto, posato presso il servizio da tè e Utterson rimase stupefatto nel trovare una copia di un'opera di devozione, per la quale Jekyll aveva più volte espresso un grande apprezzamento, annotata, di suo proprio pugno, con sconcertanti bestemmie. In seguito, nel corso della loro ispezione alla stanza, i due arrivarono davanti al grande specchio inclinabile, nella cui profondità essi guardarono con istintivo orrore. Ma esso era girato in modo tale da mostrare loro null'altro che il rosato gioco di bagliori sul soffitto, lo scintillare del fuoco riflesso un centinaio di volte lungo i vetri degli armadi, e le loro stesse facce, pallide e spaventate, chine a guardarci dentro. «Questo specchio ha visto molte cose strane, signore.» bisbigliò Poole. «E sicuramente è lui stesso la cosa più strana.» gli fece eco l'avvocato anch'esso sussurrando. «Per quale ragione Jekyll» - e qui si interruppe trasalendo, poi vincendo il momento di debolezza «per cosa Jekyll poteva averne sentito il bisogno?» domandò. «Dovreste dirlo voi» rispose Poole. Poi si voltarono verso la scrivania. Sul suo piano, tra svariate carte ordinate c'era, in cima a tutte le altre, una grande busta che recava il nome di Utterson scritto a mano dal dottore. L'avvocato levò i sigilli, e svariati fogli caddero sul pavimento. Il primo era un testamento, redatto negli stessi inconsueti termini di quello che sei mesi prima gli aveva reso, che doveva servire come espressione delle sue ultime volontà in caso di morte e come atto di donazione in caso di scomparsa; ma al posto del nome di Edward Hyde, l'avvocato, con indescrivibile stupore, lesse quello di Gabriel John Utterson. Egli guardò Poole, e poi tornò a guardare il foglio, e da ultimo il criminale senza vita disteso sul tappeto. «Sono confuso» disse. «In tutti questi giorni costui è stato in possesso di questo documento, io non avevo certo ragione di piacergli, e deve essere andato su tutte le furie nel vedersi soppiantato, eppure non lo ha distrutto.» Prese il foglio successivo; era una breve nota del dottore datata in testa. «Oh Poole!» gridò l'avvocato «oggi era ancora in vita ed è stato qui. Non può essere stato fatto sparire in così poco tempo, deve essere ancora vivo, deve essere fuggito! Ma poi, perché è fuggito? E come? E in tal caso, possiamo azzardarci ad affermare che questo è un suicidio? Oh, dobbiamo essere cauti. Temo che possiamo ancora coinvolgere il vostro padrone in qualche tremenda disgrazia.» «Perché non leggete signore?» chiese Poole. «Perché ho paura.» replicò l'avvocato gravemente. «Voglia Iddio che non ce ne sia motivo!» E con questo si portò il foglio davanti agli occhi, e lesse quanto segue: «Mio caro Utterson, quando questa mia sarà nelle tue mani, sarò sparito, io non ho l'intuito per prevedere in quali circostanze questo accadrà, ma il mio istinto e tutte le evenienze della mia indicibile situazione mi dicono che la fine è certa e prossima. Dunque va a casa, e per prima cosa leggiti il resoconto che Lanyon mi avvisò che ti avrebbe consegnato; e se ti preme saperne di più, passa alla confessione del vostro indegno e infelice amico, Henry Jekyll» «C'era un terzo allegato?» chiese Utterson. «Eccolo qui, signore.» disse Poole, e gli mise in mano un voluminoso allegato sigillato in diversi punti. L'avvocato se lo infilò in tasca. «Io non direi nulla di questo scritto. Se il vostro padrone è scappato o è morto, per lo meno possiamo salvargli l'onore. Adesso sono le dieci; io devo tornare a casa per leggere in pace queste carte; ma sarò di ritorno prima di mezzanotte, e allora chiameremo la polizia.» Uscirono, chiudendosi alle spalle la porta del gabinetto d'anatomia; e Utterson, lasciando ancora una volta la servitù raccolta intorno al fuoco nell'ingresso, si trascinò nel suo ufficio per leggere i due memoriali in cui quel mistero stava ora per essere spiegato. (CONTINUA QUI)
 
FONTE: Testo originale inglese, versione in italiano a cura di Franco Perini. Testo pubblicato e distribuito con licenza Creative Commons, ovvero per essere liberamente distribuito, duplicato e donato a altri, oppure modificato derivandone altre opere.
 
   
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