Libri Online, "Lo strano caso del dr. Jekyll e del sig. Hyde" [8/9]
drjekyll mrhyde33
Fonti Foto
IL RESOCONTO COMPLETO DI HENRY JEKYLL SUL CASO (1/2). Sono nato nell'anno 18** erede di una vasta fortuna, dotato per di più di eccellenti qualità, portato per natura all'operosità, desideroso del rispetto delle persone sagge e buone fra i miei simili, e pertanto come si poteva prevedere con tutti i presupposti per un futuro onorevole e di distinzione. E in verità, il mio peggior difetto era una certa impaziente vivacità di temperamento, che ha fatto la felicità di tanti, ma che trovavo difficile da conciliare con il mio imperioso desiderio di andare a testa alta e di tenere, al cospetto della gente, un contegno straordinariamente austero. Da qui derivò che mantenessi nascosti i miei piaceri; e quando raggiunsi l'età della riflessione, e cominciai a guardarmi intorno e a fare il punto sui miei progressi e la mia posizione nel mondo, mi ritrovai già preso in una vita di profonda doppiezza. In molti si sarebbero perfino fatti un vanto delle trasgressioni di cui ero colpevole; ma io, dall'alto delle ambizioni che mi ero assegnato, le condannavo e le nascondevo, con un senso di vergogna quasi patologico. Fu pertanto la natura impegnativa delle mie aspirazioni, più che un particolare peggioramento dei miei difetti, che fece di me quel che sono stato, e separò in me, con un solco ancora più profondo che nella maggior parte degli uomini, le due regioni del bene e del male, che dividono e compongono la natura duale dell'uomo. In questo caso fui condotto a profonde e periodiche riflessioni su quella dura legge della vita che sta alla radice della religione ed è una delle più copiose fonti di angoscia. Pur così profondamente doppiogiochista, non ero in alcun modo un ipocrita; entrambi i miei due lati erano del tutto onesti; non ero meno me stesso quando mettevo da parte ogni ritegno e sprofondavo nella vergogna, di quando mi adoperavo, alla luce del giorno, a promuovere la scienza o ad alleviare dolore e sofferenza. Avvenne che la direzione delle mie ricerche scientifiche, interamente rivolte al mistico e al trascendentale, si combinasse con tutto questo e gettasse una intensa luce su questa coscienza del conflitto perenne tra le mie componenti. Così ogni giorno, e con entrambi i lati della mia intelligenza, quella morale e quella intellettuale, sempre più mi avvicinavo a quella verità, dalla cui parziale scoperta sono stato condannato a un così spaventoso naufragio: che l'uomo in verità non è uno, ma due. Dico due perché, lo stadio della mia conoscenza non va oltre questo punto. Altri seguiranno, altri, su questa stessa strada, mi oltrepasseranno; e io azzardo l'ipotesi che l'uomo verrà infine riconosciuto come un sistema composto da una molteplicità di abitanti, discordi e indipendenti. Io, da parte mia, secondo la natura della mia esistenza, ho progredito infallibilmente in una direzione e in quella soltanto. Fu dal lato morale, e sulla mia stessa persona, che imparai a riconoscere la profonda e primordiale dualità dell'uomo; mi accorsi che delle due nature che si contendevano il campo della mia coscienza, se potevo a buon diritto dire di essere l'una oppure l'altra, ciò era dovuto soltanto al fatto di essere fondamentalmente sia l'una che l'altra; e fin dagli inizi, prima ancora che il corso delle mie scoperte scientifiche avesse cominciato a suggerirmi la più evidente possibilità di un simile miracolo, avevo imparato a vagheggiare con piacere, come in un delizioso sogno a occhi aperti, all'idea della separazione di quegli elementi. Se ciascuno, mi dicevo, potesse albergare in separate identità, la vita sarebbe sollevata di tutto quanto ha d'insopportabile: l'iniquo potrebbe andarsene per la sua strada, liberato dalle aspirazioni e dal rimorso del gemello più retto; e il giusto potrebbe progredire saldamente e sicuramente lungo il suo sentiero in salita, portando a compimento le buone azioni in cui trova il suo piacere, e non più esposto al disonore e alla penitenza a causa di quel male che gli è estraneo. Era la maledizione del genere umano che simili incompatibili fascine fossero legate insieme - che nel grembo tormentato della coscienza questi antitetici gemelli dovessero continuamente scontrarsi. Come, allora, potevano essere separati? Ero a questo punto delle mie riflessioni quando, come ho detto, dal tavolo del laboratorio una luce trasversale iniziò ad illuminare la materia. Cominciai a percepire, più profondamente di quanto sia mai stato stabilito, la tremula immaterialità, la transitorietà simile a quella delle foschie, di questo corpo, all'apparenza così solido, nel cui rivestimento ci muoviamo. Trovai che certi agenti avevano il potere di scuotere e rimuovere questa veste carnale come il vento può tirar via le tende a un padiglione. Per due buone ragioni, non intendo addentrarmi in questo aspetto scientifico della mia confessione. La prima è perché ho dovuto imparare che il destino e il fardello della nostra vita, sono legati per sempre sulle spalle di ogni uomo, e a tentare di disfarsene, si ottiene soltanto che ci ritornino addosso, come un peso più estraneo e più terribile. La seconda perché, come il resoconto, ahimè, mostrerà in modo fin troppo evidente, le mie scoperte erano incomplete. Basti dunque dire che, non solo io riconobbi il mio corpo naturale come semplice aura ed epifania di alcuni poteri che costituivano il mio spirito, ma riuscii a preparare un farmaco per effetto del quale questi poteri potevano essere spodestati dalla loro supremazia, e rimpiazzati da una seconda forma e un secondo aspetto, non meno veraci, dal mio punto di vista, a causa del fatto di essere l'espressione, e di recare l'impronta, degli elementi inferiori della mia anima. Esitai a lungo prima di sottoporre questa teoria alla prova sperimentale. Sapevo bene di rischiare la morte; perché qualsiasi farmaco in grado di controllare e scuotere con tanta forza la roccaforte stessa dell'identità, avrebbe potuto, alla minima eccedenza nel dosaggio o per il minimo contrattempo al momento della somministrazione, annientare completamente quel tabernacolo immateriale che volevo trasformare con essa. Ma la tentazione di una scoperta così singolare e profonda alla fine prevalse sulle suggestioni delle preoccupazioni. Avevo da tempo preparato la soluzione alcolica che era alla base della mia pozione; acquistai subito, da una ditta di forniture chimiche all'ingrosso, un cospicuo quantitativo di un particolare sale, che sapevo, dalle mie sperimentazioni, essere l'ultimo ingrediente richiesto; e a tarda ora in una notte maledetta, miscelai i componenti, li guardai ribollire nel bicchiere ed insieme esalare vapori e, una volta placata l'ebollizione, con una vampata di coraggio, trangugiai la pozione. Ne seguirono gli spasimi più lancinanti: uno scricchiolio nelle ossa, una nausea mortale e un orrore dello spirito che non è dato di superare neppure nell'ora della nascita o della morte. Poi queste sofferenze presero rapidamente a scemare e io tornai in me, come se fossi reduce da una grave malattia. C'era qualcosa di strano nelle mie sensazioni, qualcosa di indescrivibilmente nuovo e, proprio per la sua novità, di incredibilmente dolce. Mi sentivo più giovane, più leggero, più felice nel corpo; avvertivo dentro di me un'inebriante sconsideratezza, un fluire di scomposte sensuali visioni che scorrevano nella mia immaginazione come l'acqua in un mulino, sciolto dai legami delle obbligazioni, con una sconosciuta ma non innocente libertà dell'anima. Mi accorsi, sin dal primo respiro di questa nuova vita, di essere più malvagio, dieci volte più malvagio, venduto come schiavo al mio male originale; e questa idea, in quel momento, mi corroborava e deliziava come fosse vino. Stesi le braccia, esultando nella freschezza di queste sensazioni; e nel compiere il gesto mi resi conto all'improvviso che mi ero ridotto di statura. A quel tempo, nel mio studio, non c'era uno specchio; quello che si trova accanto a me mentre scrivo fu portato là in seguito, proprio in funzione di queste trasformazioni. La notte, comunque, stava lasciando il passo all'alba - un'alba che, per quanto buia, era ormai prossima a concepire il giorno - e gli abitanti della casa erano presi nelle ore del sonno più pesante; decisi, raggiante com'ero di speranza e di trionfo, di avventurarmi nella mia nuova forma fino in camera da letto. Attraversai il cortile, dove le costellazioni, mi parve, guardassero dall'alto con meraviglia la prima creatura di quel genere che si fosse mai palesata alla loro insonne vigilanza; sgusciai furtivo lungo i corridoi, straniero nella mia stessa casa, e giunto nella mia stanza vidi per la prima volta l'aspetto di Edward Hyde. Debbo parlare a questo punto solo in via teorica, dicendo non quello che so per certo, ma solo quello che suppongo più probabile. La parte malvagia della mia natura, alla quale avevo adesso trasferito il potere di plasmarmi, era meno robusta e meno sviluppata di quella buona da me appena deposta. Del resto nel corso della mia vita, che dopo tutto era stata per nove decimi una vita d'impegno, virtù e disciplina, quella parte era stata molto meno esercitata e sfruttata. Da questo, così penso, ne derivava il fatto che Edward Hyde fosse tanto più minuto, più magro, e più giovane di Henry Jekyll. Come il bene splendeva sulla fisionomia dell'uno, così il male era scritto ampiamente e chiaramente in faccia all'altro. Inoltre il male (che debbo pur sempre ritenere essere il lato mortale dell'uomo) aveva lasciato su quel corpo un'impronta di deformità e di decadimento. Eppure quando guardai quel brutto simulacro nello specchio, non provai alcuna ripugnanza, piuttosto uno slancio di benvenuto. Pure quello ero io. Sembrava naturale e umano. Ai miei occhi mostrava un'immagine più viva dello spirito, sembrava più immediata e semplice, dell'espressione imperfetta e divisa in cui, fino a quel momento, ero abituato a riconoscermi. E fin qui avevo senza dubbio ragione. Avevo osservato che quando vestivo le sembianze di Edward Hyde, nessuno mi poteva avvicinare, senza avere da principio una chiara fisiologica apprensione. Questo perché, secondo me, tutti gli esseri umani, quali li incontriamo, sono commisti di bene e di male: e solo Edward Hyde, nei ranghi del genere umano, era puro male. Indugiai appena un momento allo specchio: il secondo risolutivo esperimento doveva ancora essere compiuto; restava ancora da vedere se avessi perso in modo irrecuperabile la mia identità e se dovessi fuggire prima del giorno da una casa non più mia; precipitandomi perciò nello studio, preparai ancora una volta la pozione e la bevvi, ancora una volta soffrii gli spasimi della dissoluzione, e ancora una volta tornai in me con il carattere, la statura e il volto di Henry Jekyll. Quella notte ero arrivato al fatale crocevia. Se mi fossi accostato alla mia scoperta con spirito più nobile, se mi fossi arrischiato nell'esperimento condotto da aspirazioni generose o pie, tutto sarebbe stato diverso e sarei uscito da quei tormenti di morte e di nascita come un angelo invece che come un demonio. Il farmaco non aveva alcuna azione discriminante; non era né diabolico né divino; si limitava a scuotere le porte della galera in cui era rinchiusa la mia propensione e, al pari dei prigionieri di Filippi, chi era dentro ne fuggiva. A quel tempo la mia virtù sonnecchiava; il male in me, tenuto sveglio dall'ambizione, era all'erta e lesto a cogliere l'occasione; e la cosa che scaturì fu Edward Hyde. Di conseguenza, sebbene ora disponessi di due indoli, come pure di due sembianze, una era pienamente malvagia, e l'altra era ancora il vecchio Henry Jekyll, quell'incongruo miscuglio sulla cui correzione o riforma oramai avevo imparato a disperare. Cosicché il cambiamento era tutto rivolto al peggio. A quel tempo, del resto, non avevo ancora dominato la mia avversione per un'arida vita di studi. Alle volte ero ancora incline al divertimento; e dato che i miei piaceri erano (a dir poco) indecenti, mentre io ero persona non solo ben nota e tenuta in alta considerazione, ma già avanti negli anni, una simile incoerenza nella mia vita diventava ogni giorno più indesiderata. Fu a questo riguardo che il mio nuovo potere mi tentò fino a ridurmi in schiavitù. Non avevo che da vuotare la coppa, per scrollarmi di dosso d'un colpo, il corpo dell'illustre professore, e assumere, come uno spesso manto, quello di Edward Hyde. L'idea mi arrideva; all'epoca mi sembrava divertente; e feci i preparativi con l'attenzione più zelante. Presi e ammobiliai quella casa a Soho, dove arrivò la polizia sulle tracce di Hyde, e assunsi come governante una persona che sapevo di poche parole e priva di scrupoli. D'altra parte, annunciai alla servitù che un tale signor Hyde (che descrissi) doveva avere piena libertà e autorità nella mia altra casa, quella in piazza; e, per evitare contrattempi, mi feci diverse visite e mi resi familiare sotto le spoglie della mia seconda persona. Scrissi quindi il testamento da voi tanto biasimato, di modo che, quand'anche fosse accaduto qualcosa alla persona del dottor Jekyll, potevo subentrare come Edward Hyde, senza perdite finanziarie. E così premunito, supponevo, rispetto ad ogni evenienza, cominciai a trarre profitto dalle insolite immunità della mia condizione. Gli uomini un tempo assoldavano dei sicari che commettessero i delitti al posto loro, mentre la propria persona e la propria reputazione restava al riparo. Io fui il primo a fare altrettanto al fine di procurarmi i miei piaceri. Fui così il primo che poté incedere con sussiego al cospetto di tutti, carico di affabile rispettabilità, e un attimo dopo, come uno scolaretto, spogliarsi di quelle vesti e tuffarsi a capofitto nel mare delle libertà di scelta. Ma per me, sotto il mio impenetrabile mantello, la sicurezza era garantita. Pensateci - non esistevo nemmeno! Lasciate solo che io fugga dentro il mio laboratorio, datemi solo un secondo o due per mescolare e trangugiare la pozione che ho sempre tenuta pronta, e, qualunque cosa avesse fatto, Edward Hyde sarebbe svanito come sparisce l'alone lasciato da un soffio su uno specchio; e al suo posto, tranquillamente a casa, intento ad accomodarsi la lampada notturna dello studio, in grado di farsi beffe di ogni sospetto, ci sarebbe stato Henry Jekyll. I piaceri che mi affrettai a cercare dietro il mio travestimento erano, come ho detto, indecenti; sono restio ad usare un termine più forte. Sennonché nelle mani di Edward Hyde, presto cominciarono a volgere in qualcosa di mostruoso. Al ritorno da quelle scorribande, mi ritrovavo spesso pervaso da una specie di stupore di fronte alla depravazione del mio alter ego. Questo mio intimo che evocavo dalla mia stessa anima, e mandavo avanti da solo a soddisfare i suoi veri piaceri, era un essere intrinsecamente maligno e scellerato; ogni sua azione e pensiero erano egoistici; si abbeverava di piacere con bestiale avidità nell'infliggere ogni sorta di supplizio agli altri; spietato come fosse un uomo di pietra. Henry Jekyll a volte restava inorridito davanti alle azioni di Edward Hyde; ma quegli eventi erano talmente casi a sé stanti, rispetto all'ordine normale, che insidiosamente ridusse la presa della coscienza. Era Hyde, dopo tutto, e Hyde soltanto, il colpevole. Jekyll non era peggiorato; si svegliava ritrovando apparentemente inalterate le sue buone qualità, anzi, si affrettava a riparare, quando era possibile, al male fatto da Hyde. E così la sua coscienza dormiva tranquilla. (CONTINUA QUI)
 
FONTE: Testo originale inglese, versione in italiano a cura di Franco Perini. Testo pubblicato e distribuito con licenza Creative Commons, ovvero per essere liberamente distribuito, duplicato e donato a altri, oppure modificato derivandone altre opere.
Author: Giovanni De Luca

 
   
Articolo contenuto in
SU LIBRI ONLINE POTREBBERO INTERESSARTI
   
AGGIUNGI UN COMMENTO O SCRIVICI A redazione@irno.it
 
SEGUICI SU FACEBOOK E NON PERDERTI LE ULTIME NOTIZIE