Teatro, viaggio nella "Napoli Milionaria" di Eduardo De Filippo
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Non si può parlare di Napoli senza fare un minimo accenno alla figura artistica che più di tutte si è distinta per la sua straordinaria arte di recitazione teatrale, il grande Eduardo De Filippo. E' il Pirandello dei napoletani. Drammaturgo, regista, attore e sceneggiatore, la sua è sempre stata una personalità eclettica e pregna di arte. La poesia passa attraverso le sue mani prima di trasformarsi in opera d'arte da mettere in scena dinanzi ad un pubblico sempre pronto ad apprendere le sue rime penetranti. Non ha mai abbandonato il suo popolo ed anzi per esso ha lottato in prima fila anche quando le circostanze non risultavano favorevoli. Esempio calzante della sua opposizione al regime fascista è rappresentato alla perfezione in una delle sue commedie più conosciute al mondo, "Napoli Milionaria!", risalente al 1945. Bisogna partire dalla data per riuscire a comprendere a pieno l'aria che si respirava in quell'ultimo anno della seconda guerra mondiale, ormai giunta al termine. La commedia fu realizzata nel giro di poche settimane e fu messa in scena dinanzi alla platea del teatro San Carlo di Napoli il 15 marzo 1945 con l'occupazione dei nemici ancora in atto. Il capolavoro di Eduardo può essere in altri termini considerato un atto di denuncia verso una società che non riusciva, anzi non voleva più guardare la profondità del baratro nel quale era stata spinta dalla guerra. Per tutti la guerra era un capitolo ormai chiuso, l'ombra di un passato che non sarebbe più ritornato, ma non era esattamente questa la situazione. Eduardo aveva ben capito che la guerra da un lato stava effettivamente volgendo al termine ma, dall'altro, era consapevole dei danni irreparabili che avevano cambiato radicalmente il mondo intero. Mancava la presa di coscienza del vivere in un mondo ormai sporco, ove disonestà e corruzione avevano stravolto tutto il popolo, causando una vera e propria perdita di quegli ideali che avevano reso grande l'Italia. Il mos maiorum, la morale tradizionale, era andata ormai persa ma nessuno se ne era accorto, o meglio, si preferiva continuare a tenere gli occhi chiusi, pur di non perdere i guadagni ottenuti illecitamente con il mercato nero. Era questo lo scenario che si apriva dinanzi agli occhi di Eduardo, una realtà che al regista faceva più paura della guerra stessa, poiché da un conflitto si può uscire perdenti o vittoriosi ma non è questo che conta. Il problema sono le ferite interiori, le cicatrici lasciate nell'anima che, inevitabilmente, segneranno il futuro del paese. Da questa situazione storica e sociale nasce la commedia del grande Eduardo, che con la sua straordinaria dialettica ha saputo mettere in scena i veri drammi che la guerra aveva lasciato in ogni singola persona. "Napoli Milionaria!" passa in rassegna i punti focali attraverso i quali si snoda la trama in tre atti. E' la storia della famiglia Iovine, povera come tutte le altre dei bassi circostanti, che per fronteggiare la miseria del 1942 a Napoli si vede costretta a portare il pane sulla tavola tramite la borsa nera e la mescita casalinga del caffè. I bombardamenti sono all'ordine del giorno, la paura della morte diventa l'ombra di ogni singolo napoletano e il commercio illegale, a causa del quale più volte si correva il rischio di incappare in controlli da parte delle forze dell'ordine, era necessario per la sopravvivenza. Bastarono 13 mesi di deportazione e di assenza del pater familias dal tetto coniugale per ritrovare una casa portata allo scatafascio. Il basso era stato senz'altro rinnovato e reso più signorile con stucchi dorati sul soffitto a volta ma erano le fondamenta ad essersi totalmente sgretolate. Amalia, la moglie di Gennaro Iovine, aveva tradito il fedele marito durante la sua assenza, mettendosi in commerci poco puliti con Settebellizze, proprietario di un autocarro. La figlia Maria Rosaria, non più sorvegliata dalla madre perché troppo impegnata nei propri affari, aveva avuto una relazione con un soldato statunitense, che dopo la liberazione di Napoli dai nemici l'abbandonò ed ella rimase sola e in attesa di un bambino. Il figlio, Amedeo, si era messo in affari sporchi con Peppe ‘o Cricco, rubando pneumatici dalle auto nel cuore della notte. E' questa la famiglia in cui si ritrova Gennaro Iovine, riuscito finalmente a tornare a casa. Tuttavia, nonostante il suo rientro, nessuno più aveva voglia di ascoltare i suoi racconti, le avventure e i drammi vissuti durante il periodo di deportazione. Si vuol festeggiare e guardare avanti, perché ormai "la guerra è finita" e risulta agli occhi di tutti inutile quanto doloroso rimuginare sul dolore che un evento catastrofico come quello aveva causato. Il saggio Iovine, però, sa bene che la sua guerra non è mai finita, anzi, è appena iniziata ed è anche peggiore e ancor più devastante di quella che si affronta con le bombe. E' la lotta contro la devastazione che aveva risucchiato nel suo vortice l'intera famiglia ed il denaro, la corsa all'oro, con un macro aumento dell'inflazione, era stato il principale fautore di questo rovinoso turbinio. C'era la voglia quasi ossessiva e spasmodica di riemergere da una sofferta povertà in tutti i modi possibili, pur essendo contro la legge stessa. Il dramma di tale vicenda non a caso è racchiuso nella scena finale che chiude il terzo atto. Nella camera da letto dorme la figlia più piccola, gravemente malata. La medicina necessaria per la sopravvivenza della bambina era introvabile a causa dello sporco gioco praticato in quegli anni difficili: nascondere la merce e al momento opportuno piazzarla sul mercato a costi elevatissimi. Senza quel farmaco, però, la piccola non avrebbe superato la notte. Lo spiraglio di luce illumina i volti degli astanti quando nel basso entra il ragioniere Spasiano, che la stessa Amalia aveva ridotto sul lastrico, togliendogli ogni avere e possedimento per saldare i conti con il mercato nero da lei gestito. Il ragioniere non voleva nulla in cambio, neanche una lira. Il suo era un gesto forte e degno di stima perché "Chi prima, chi dopo, ognuno deve bussare alla porta dell'altro", e quando era Spasiano ad aver avuto bisogno di un aiuto dalla ormai benestante Amalia in cambio non aveva ricevuto altro che pugnalate. La commedia si chiude con un finale di incertezza e paura per il futuro. La medicina ormai è stata somministrata alla bambina ma bisognerà aspettare che passi la notte per capire se la piccola riuscirà a sopravvivere. E' questo lo straziante spettacolo che si apre dinanzi al pubblico intero. E' il flusso della vita che procede verso l'ignoto. La devastazione della guerra, con tutte le peggiori conseguenze che hanno portato illusorie ricchezze ai più, nasconde il vero marciume morale di cui tutti hanno ormai contratto il virus. E' giunto il momento per Gennaro Iovine di prendere le redini della famiglia e riportarla sulla retta via. Un vero e proprio atto di forza da parte di un soldato che di ritorno da due guerre ne inizia una terza, come atto salvifico per i propri cari. Eduardo De Filippo con questo straordinario lavoro non ha fatto altro che mettere in scena la realtà di quegli anni. Dopo la battuta finale, «Adda passà 'a nuttata", ci furono dieci secondi di un silenzio tombale nel teatro, cui seguirono applausi furiosi, pianti, una vera e propria invasione di scena. E' esattamente in questo che consiste la forza del grande Eduardo: l'empatia e la straordinaria capacità di rappresentare il dolore di tutti. Il suo è un messaggio che non vedrà mai un tramonto. E' la voglia di rialzarsi e recuperare il passato distrutto dall'incuria e dal malgoverno che scalda l'animo di un uomo, stanco del controllo totalitario cui è sottoposto insieme al suo paese. E ancora oggi la sua voce sembra riecheggiare tra le incertezze e il desiderio di cambiamento fra tutti quelli che, proprio come il grande Eduardo, non accettano più di vivere alla mercé del tiranno; ma è pur vero che solo chi è nel fango tende a guardare le stelle.
 
   
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