Filosofi lungo l'Oglio, "Toccare" è il tema dell'edizione 2017
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Brescia. Torna il 5 giugno il Festival "Filosofi lungo l'Oglio", giunto quest'anno alla dodicesima edizione. La kermesse, che farà tappa sia a Orzinuovi che a Soncino, è stata presentata ieri presso la Prefettura di Brescia, nel palazzo Broletto di piazza Paolo VI. Il tour si svolgerà nei principali centri rivieraschi, dalla Franciacorta alla bassa bresciana, cremonese e mantovana e durerà sino al 17 Luglio. Il tutto tra castelli, chiese, piazze, ville, cascine, dimore signorili, teatri, auditorium, corti. Il tema prescelto per il 2017 è «Toccare", parola chiave individuata all'unanimità dal comitato scientifico, composto da Ilario Bertoletti, Bernhard Casper, Piero Coda, David Meghnagi, Armando Savignano, Maria Rita Parsi, Amos Luzzatto, Anna Foa, Francesca Rigotti e Francesca Nodari.
 
Il toccare, in quanto percezione aptica, è essenziale nel nostro abitare quotidianamente il mondo. Un atto che, sin da subito, ci si presenta nella sua dimensione anfibologica: da principe dei cinque sensi (si pensi a quanto scrive Aristotele nel De anima) -- a gesto automatico che fa da ponte tra noi e la realtà e che, senza forse rendersene conto, è essenziale nel nostro abitare quotidianamente il mondo. La stessa indecisione tra nome e verbo, del resto, mostra la complessità, l'ambivalenza tra il tocco, il toccare e l'essere toccato: tra l'attività e la passività di un gesto che può tradursi in una carezza, in un abbraccio o nell'esatto contrario: un toccare che pietrifica l'altro, lo umilia, ne infrange il pudore, lo degrada a cosa o lo distrugge. Posso potere sull'altro fino al punto di trasformarmi in Caino, posso patire l'Altro nel momento in cui me ne faccio carico e ne sono fino in fondo responsabile: il che significa non ucciderlo e non lasciarlo solo. Toccarlo significa altresì prendersene cura, come una madre con il bambino, come un figlio con un genitore anziano, come un medico con il proprio paziente a patto, tuttavia, che in altri non veda un mero Körper, ma un Leib. In Le toucher, saggio che Derrida volle dedicare a Jean-Luc Nancy definendolo «il più grande pensatore sul tatto di tutti i tempi", il noto filosofo francese alludendo all'indiscernibile ovvero all'impossibilità di dissociare il gesto teorico dall'esperienza amicale, proprio nell'analizzare la questione filosofica del toccare, del produrre senso sulla superficie dell'esistere giunge a chiedersi se non bisogna forse anche toccarlo, in un certo senso, il filosofo, così come si è stati toccati da lui, indirizzarsi singolarmente a lui, postulare l'esigenza di un vocativo. E poi quale rapporto corre tra senso e toccare? Ne Il senso del mondo Nancy scrive: «In un certo senso, ma quale senso, il senso è il toccare. L'esser-qui, fianco a fianco, di tutti gli esser-ci ". Essere è respirare - scriveva ancora Nietzsche, il senso è intenzionato nello sguardo - dicono i fenomenologi, il senso è il toccare - sostiene ora Nancy. Se la cifra dell'esistenza è di non avere alcuna essenza, ne viene - secondo il filosofo di Strasburgo - che il corpo stesso è l'essere dell'esistenza, il luogo del suo accadere, l'apertura, la spaziatura, l'effrazione, l'iscrizione del senso. Come dire: se l'esistenza appare come un'esposizione corporea, un "essere abbandonato" allora il pensiero avrà come oggetto il corpo e l'esperienza del toccare, l'istituzione del senso nell'estensione e vibrazione dei corpi.
 
La stessa ostensione del corpo malato toccato da «un disordine nell'intimità" provocata da un intruso - cuore trapiantato o cancro che sia - rinvia nel pensiero di Nancy al costitutivo stato di passività del soggetto, al luogo dell'affettività come origine di ogni processo di desoggettivazione, come malattia riluttante al sapere filosofico: «ego patior, ego existo". A ben vedere, il tema in oggetto - tra le molte questioni - chiama in causa con l'espressione "toccare il cielo con un dito", il fine a cui tende ogni uomo: la felicità. Ne sanno qualcosa gli amanti rapiti nell'attimo o pura durata a cui si può dare il nome di eternità: «Voi - scrive Rilke nelle Elegie duinesi - in quel tocco avvertite il permanere puro (das reine Dauern)"". D'altro canto lo stesso thigein - il toccare che Plotino riferiva all'esperienza limite in cui culmina ogni processo conoscitivo - non si configura come una sorta di "contatto con Dio"? Per non dire della nota espressione eckhartiana secondo la quale «nessuno, se non Dio, può toccare il fondo dell'anima?". Tra le molte locuzioni v'è poi quella che si traduce in un'esortazione: «Tocca a te!" che il maestro adotta con l'allievo, il padre con il figlio e che chiama in causa nozioni basilari quali quelle di educazione e di generazione. Ma il tema in oggetto non può non interrogare l'uomo del XXI secolo sulla progressiva perdita della manualità che implica una saggezza del fare sempre più messa in discussione dalla tecnica. Si tocca sempre meno la materia, si sfiorano sempre più tastiere e touch-screen al punto che, nella «fine della preistoria della società planetaria" - brillante locuzione che si deve a Marc Augé - Iphone, Ipad, Ipod finiscono col divenire l'estensione del nostro «io sono" corporeo. Di qui il prevalere del virtuale sul reale, il moltiplicarsi della spirale del consumo, il progressivo incremento delle diseguaglianze, la crescente ipertrofia di un soggetto che, paradossalmente, si sente sempre più solo e disorientato, le relazioni che sfumano in promesse di relazione. Come si può ben comprendere il toccare mette capo ad una complessità di riflessioni che vanno dall'estetica all'etica, dall'antropologia alla sociologia, dall'economia alla psicologia, dalla fenomenologia fino alla teologia e, più in generale, alla dimensione religiosa. Si pensi soltanto, per stare alla tradizione cristiana, al celebre «Noli me tangere" - locuzione latina cheevoca un celebre episodio narrato nel Vangelo di Giovanni (20, 17) - : l'appello che Gesù rivolge a Maria di Magdala o all'incredulità di Tommaso che vuole verificare con il tocco del suo dito le piaghe del Cristo, che così lo esorta: «stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!". Rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!"" (Gv 20, 27-29). Per non dire poi delle norme di purità ebraiche, della sottile distinzione tra puro e impuro e del rischio sempre possibile della contaminazione.
 
Non si può certo sintetizzare in poche righe la vastità del tema in oggetto, né tanto meno tracciarne una mappatura. Si tratta, soltanto, di un invito, a toccare con mano - ciascuno a suo modo - l'enigmaticità che un tale atto, gesto, senso tradisce. Buon viaggio, dunque, seguendo idealmente il percorso del Sommo Vegliardo, il fiume Oglio - all'insegna di un pensiero, davvero, nomade - per poter contare sulla guida autorevole dei Maestri e sulla partecipazione di quella straordinaria catena umana di donne e di uomini che prenderanno parte a questo Simposio di Pensiero e di Parole.
Author: Giovanni Apadula

 
   
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