Turchia, referendum a Erdoğan: ma il paese è spaccato
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Istanbul. Sebbene i risultati ufficiali non siano ancora stati resi noti, la commissione elettorale suprema (YSK) ha confermato la vittoria del "Sì" nel referendum costituzionale tenutosi in Turchia domenica 16 Aprile. La consultazione elettorale è stata voluta dal presidente Recep Tayyip Erdoğan per corroborare con la base popolare la profonda riforma dell'assetto politico del paese dopo il fallito golpe dello scorso 15 Luglio. La revisione della carta fondamentale, a favore della quale si è espresso, secondo le fonti ufficiose, il 51% degli aventi diritto, consiste in 18 emendamenti al testo costituzionale, molti dei quali contrari allo spirito ed ai principi supremi, che mirano ad ampliare le prerogative del Capo dello Stato, disegnando così un sistema presidenziale forte con una decisa svolta in senso autoritario. Questo disegno politico-legislativo, unito ai fattori di crisi che da tempo minano dalle basi la stabilità del paese, ha incrinato ancor più il già precario rapporto della Turchia con l'Europa, contro la quale è stata costruita buona parte della campagna elettorale dell'AKP, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo guidato da Erdoğan e sostenuto dai nazionalisti del MHP. Il progetto di integrazione europea, pilastro della politica turca all'alba del nuovo millennio, sogno inseguito sin dalle prime rivendicazioni anti-ottomane, è naufragato sotto i colpi dell'amministrazione Erdoğan e dietro la spinta di alcuni leader occidentali poco disposti ad allargare l'orizzonte dell'Unione cristiana ad un paese di tradizione arabo-musulmana. Contrasti che, tuttavia, non hanno impedito a molti capi politici del continente un sostegno aperto al "Sultano", l'appoggio incondizionato da parte degli USA e la sottoscrizione di accordi a dir poco disumani come quello sulla regolamentazione del flusso dei richiedenti asilo. Al prevedibile conflitto su scala continentale si sono poi uniti i problemi generatisi sul versante interno, da soli capaci di ribaltare la costituzione materiale, quali la mancata armonizzazione alla normativa comunitaria e internazionale, il graduale accentramento del potere nelle mani del Presidente - con la contestuale e progressiva erosione del pluralismo democratico - , l'islamizzazione reazionaria dell'AKP in senso nazionalista e le alleanze con la destra conservatrice, e la continua discriminazione verso i curdi turchi: profili problematici rispetto ai quali l'Europa ha difficilmente mosso un dito, ponendosi in tal modo su un piano di complicità con un governo che si appresta a diventare regime anche da un punto di vista formale.
 
La riforma costituzionale approvata consentirà al Presidente, eletto a maggioranza, di nominare i propri uomini al Governo, disponendo così di totale arbitrio in materia legislativa ed amministrativa. Ciò nonostante, la vittoria del fronte del "Sì" mostra le sue crepe sin dall'attribuzione delle preferenze. Istanbul, vero feudo dell'AKP, ha votato "No", così come la capitale Ankara e Smirne. Il Partito Popolare Repubblicano (CHP), principale partito di opposizione, ha inoltre presentato ricorso contro la decisione dell'YSK di considerare valide anche quelle schede che non riportavano il timbro delle commissioni di seggio, chiedendo così di cassare la consultazione. In un rapporto pubblicato da poche ore, anche l'OSCE ha sostenuto che il referendum non ha rispettato la soglia minima dei criteri stabilita sul piano internazionale, evidenziando gli aspetti critici nella campagna referendaria, nel contesto legale e, appunto, nelle decisioni della Commissione elettorale suprema. Il quadro politico che si sta delineando in Turchia è tuttavia il portato di una escalation che si è giovata anche del silenzio complice delle istituzioni comunitarie: appare, dunque, piuttosto difficile che i rilievi mossi sulla legalità del contesto elettorale possano scalfire una vittoria, sia pure risicata, pronta a cambiare in maniera irreversibile il destino del paese.
 
   
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