Saggistica, "Homo ludens" di Johan Huizinga
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È capitato a molti di imbattersi, durante gli studi storici superiori o anche universitari, nei documenti di due dei più importanti studiosi del Medioevo. Si tratta dello storico russo Aron Gurevič, tra i seguaci della École des Annales francese ed autore de "Le categorie della cultura medievale", e dell'olandese Johan Huizinga. Quest'ultimo è stato autore del bellissimo saggio "L'autunno del Medioevo", in cui indaga il tramonto della società dell'età di mezzo lungo l'asse Trecento-Quattrocento. Ma ad Huizinga si deve altresì un lavoro di ricerca ed indagine interdisciplinare pressoché unico, sebbene forse sommario, come affermano i suoi critici, nel suo genere: "Homo ludens", saggio di fondazione del gioco come "operatore decisivo di ogni cultura". Mentre il concetto di cultura, afferma Huizinga, presuppone in ogni modo la necessità dell'umana convivenza, il gioco è invece sciolto da questo vincolo: gli animali stessi giocano, né hanno dovuto attendere che l'uomo insegnasse loro a farlo. Di più: persino nelle sue funzioni più primordiali il ludus è fenomeno ben più che fisiologico, tanto da staccarsi da una sua eventuale matrice biologica. Insomma, il gioco esiste in sé e tale connotazione autonoma è evidente anche nella nozione linguistica. I greci, sottolinea lo studioso olandese, usano per il gioco dei piccoli la desinenza inda, suffisso irriducibile ed indeclinabile ("sfairinda", alla palla; "basilinda", al re). Il sanscrito nell'India antica prevedeva il termine kridati, parola che indica anche il movimento delle onde e del vento, mentre al cinese wen era sotteso il senso di avvicinarsi a qualcosa "con festevole attenzione", insomma in maniera vaga e spensierata (a differenza di cheng, l'agon greco che indica la competizione). A Huizinga, quindi, interessa il gioco come fenomeno culturale, e stop. È lo stesso elemento ludico, dice, a farsi cultura, estraniandosi dai fini materiali e di soddisfacimento individuale dei bisogni. Come tale il gioco è sacro, di una sacralità finita nel tempo, perché inizia e finisce in momenti determinati, proprio come il fischietto dell'arbitro ristabilisce, alla fine, il "mondo normale". Pare che Erno Erbstein, pioniere del Totalvoetball olandese, portasse sempre con sé agli allenamenti, ai tempi del Torino, una copia di "Homo ludens". Come se, in quell'intervallo in cui la realtà è sospesa, fosse possibile costruire un mondo con le proprie mani, col proprio gioco. Ed è proprio questo stato eccettuativo del "momento del gioco" a tingerlo di mistero. Per i bimbi è un "segreto", al cui interno non valgono le norme del mondo ordinario. Questa limitazione del luogo e del tempo ludici partecipa alla sacralità del gioco. E in questa sfera sacra si ritrovano l'uomo primitivo e il poeta, come il bambino e il filosofo. Nonostante le critiche di parzialità piovute addosso al suo lavoro, Huizinga ha condensato in esso un bisogno insopprimibile: "si trattava di scrivere o di non scrivere. E di una cosa che mi stava molto a cuore. Perciò ho scritto".
 
   
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