Estate in Giallo, "Il rasoio" di Michele Fiorenza
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vevo preferito collocare il mio studio al primo piano. Laura ne era rimasta un po' perplessa:
- Sarà scomodo per i clienti...
- Quali clienti? Lo sai che la mia attività professionale, ora che sono in pensione dall'ufficio, si limiterà agli esami di concorso e a qualche perizia.
- Beh, vuol dire che al piano terra avrò un salotto in più per ricevere le mie amiche.
- Sì, ma dì alle ragazze di non fare troppo chiasso, perché arriverebbe sin quassù. Laura sorrise e scosse il capo alla mia battuta.
Le "ragazze" erano infatti abbondantemente negli 'anta e quella parola semplicemente confermava l'immagine giovanile che io ancora portavo di mia moglie e, per riflesso, delle sue coetanee. Mi sedetti alla scrivania e aprii la carpetta di quel concorso in cui ero stato nominato presidente della commissione di esami. Era l'incarico più comodo: avrei potuto prepararmi meno degli altri commissari e guadagnare di più.
A un tratto qualcosa urtò contro il pavimento. Mi voltai e vidi per terra un pezzo di carta appallottolato. Era potuto entrare soltanto perché io avevo appena aperto la finestra per un rapido ricambio d'aria. Perplesso mi alzai, presi il pezzo di carta, appesantito da qualcosa, e lo aprii: il foglio era bianco, senza scritte, ma conteneva un sasso e un rasoio, affilato.
Mi salì un brivido per la schiena: una minaccia... ma perché?

***

Per mia fortuna avevo fatto il funzionario pubblico, nella mia vita. Questo mi aveva dato parecchi vantaggi, compreso quello di conoscere, frequentare e capire Laura, nonché di sposarla. Presto ero riuscito a inserirmi quale commissario di esami in parecchi concorsi pubblici della mia regione: un'attività varia che comprendeva spostamenti, pasti e pernottamenti fuori, il massimo rispetto da parte degli impiegati, dei concorrenti, ecc. Un'attività di prestigio, continuata anche dopo lo "scivolo", cioè il mio prematuro pensionamento. Il mio comportamento? Ben presto mi avevano soprannominato "il duro", a significare che non accettavo raccomandazioni. In realtà non era proprio così, perché anche i duri hanno un cuore, e io ero sensibile alle amicizie, ai "casi umani", alle segnalazioni ben motivate e circostanziate. Però avevo il senso del limite: per me il nero non poteva diventare bianco, e neanche il grigio chiaro lo poteva.
Nell'ambito della possibilità di errore, in certi casi mi concedevo di essere un po' più largo, e basta. Fatto è che a volte un miserrimo quarto di punto poteva significare essere dentro o fuori; ma ritenevo ciò un difetto del sistema, non una mia colpa. Devo anche dire che qualche collega della commissione a volte suggeriva autentiche porcherie, alle quali mi opponevo scandalizzato. Io invece agivo sempre in sordina: un punto in più per quanto riguardava la mia singola valutazione e poi stavo a guardare il risultato finale. Se era positivo, avvisavo l'intermediario. Però rifiutavo qualsiasi regalo: mi bastava aver rinsaldato un'amicizia. Invece quel pomeriggio mi ritrovai con quel sasso in mano e quel rasoio che mi dava brividi di terrore.
Scesi per prepararmi una tazza di tè corretto, notando che le ragazze erano nel salottino a giocare a ramino. Mentre l'acqua si riscaldava, mi chiedevo se quella minaccia provenisse da qualcuno che avevo in qualche modo danneggiato o da qualcuno che era rimasto deluso nelle aspettative della sua raccomandazione. Escludevo che si riferisse a qualche concorso recente, perché era un po' che non partecipavo a esami di concorso. Decisi quindi di non dare peso a quella minaccia, pensando che fosse una semplice rivalsa di qualcuno rimasto deluso o penalizzato dalla mia valutazione, e che tutto sarebbe finito lì, con la soddisfazione di avermi spaventato.

***

Accadde il mattino della mia partenza per la sede d'esame, all'alba, alla prima curva: toccai il freno senza risultato. Rallentai con le marce, accostai a destra e frenai a fondo: l'auto si fermò a stento. Chiamai il mio vicino meccanico d'auto, perché la concessionaria era ancora chiusa, scusandomi per l'orario.
- Non importa, sarò lì al più presto. In breve, qualcuno aveva intaccato il circuito dei freni.
- ...ma non sono sicuro, può anche essere stato un sassolino tagliente. Due ore dopo ripartivo con l'auto riparata. Pensai che potevo recuperare il ritardo lungo il percorso, anche saltando la fermata intermedia che mi proponevo. Inoltre un Presidente può permettersi di ritardare. I concorrenti erano una ventina e già alla prova scritta si distinguevano quelli più impegnati e quelli in difficoltà.
Ben presto il segretario della commissione mi portò al bar. Aveva due nomi da segnalarmi. Gli risposi:
- Per lo scritto sa bene che non si può far nulla.
- Sa, in effetti si può... capire... - Si rivolga ai commissari che correggeranno gli elaborati: io sono soltanto un supervisore e mi rimetterò al loro giudizio.
- Va bene... grazie, Presidente. Per fortuna, da parte mia non avevo ricevuto alcuna segnalazione. Rientrato a casa, trovai una macchia d'olio pulito nella rimessa, evidentemente olio freni, quindi riparlai col meccanico:
- Ho rischiato un incidente grave?
- Non saprei, ma il taglio era veramente piccolo e il circuito si è quasi svuotato durante la notte. Se la manomissione è stata dolosa, forse c'era soltanto l'intenzione di farla arrivare tardi.
Nonostante le rassicurazioni, un brivido freddo mi salì per la schiena. Comperai un robusto catenaccio per la rimessa e lo sostituii al vecchio. Quando diedi a Laura la nuova chiave, lei non si meravigliò più di tanto.

***

Accadde la vigilia della valutazione delle prove scritte. Mi svegliai di notte per un rumore, o qualcosa di simile. Laura dormiva profondamente. Guardai l'orologio: quasi le quattro. Poi ci fu un altro rumore: mi si gelò il sangue. "Devo fare qualcosa, prima che entri in casa." Indossai la giacca da camera e andai giù, adagio, a luci spente, seguendo le piccole luci di sicurezza.
Mentre prendevo il fucile da caccia, in mancanza d'altro, ci fu un altro rumorino proveniente dall'esterno. Spostai la pesante tenda notturna del soggiorno: alla luce dei fanali esterni vidi un sacchetto con la spazzatura fuori posto. Allora mi accostai dietro l'uscio, mettendo la sinistra sulla maniglia. Liberai un dito della mano destra e contemporaneamente accesi la potente luce esterna e spalancai la porta puntando il fucile contro...
Un gatto miagolando fuggì spaventato. Nello stesso momento udii un urlo e si accesero le luci interne. Mi voltai pronto a sparare e ci fu un altro urlo... ... di Laura che mi guardava con gli occhi sbarrati. La seguii in cucina. Lei mi chiese:
- Vuoi una camomilla o un caffè? Mi lasciai cadere su una poltroncina:
- Un caffè doppio, perché tra poco devo partire.
Mi lasciò iniziare il caffè, poi disse:
- Raccontami tutto.
Alla fine volle vedere il rasoio. Mi sembrò che le venisse la pelle d'oca:
- Forse il guasto non c'entra, e il gatto è stato attirato dagli avanzi del pesce. Però, se ti arriva un altro avvertimento, devi avvisare la polizia.
Quel giorno arrivai con largo anticipo agli esami e cercai di distrarmi chiacchierando a turno con i commissari e col segretario. Quando mi fecero vedere la graduatoria degli scritti, con l'ammissione di nove concorrenti agli orali, sapendo che i posti in palio erano tre, volli controllare il terzo e il quarto elaborato in ordine di valutazione. Mi parve che ci fosse un abisso, in senso contrario, e feci notare l'incongruenza.
L'unico commissario donna fu d'accordo con me e la commissione rivalutò il quarto elaborato, che si piazzò al terzo posto. C'erano ancora gli orali, ma lessi il nome del concorrente per curiosità: mi rimasero impresse le iniziali, C.C. Al termine della mattinata ritirai una copia del verbale, poi uscii: alcuni concorrenti attendevano fuori.
- Com'è andata, Presidente?
- Posso dirvi che gli ammessi agli orali hanno buone possibilità, perché anche gli idonei non vincitori potrebbero essere chiamati successivamente.
Mi sembrò che qualcuno mi guardasse perplesso. Ripartii subito, con l'intenzione di fermarmi al primo self-service dell'autostrada per mangiare qualcosa. Per la prima volta stavo tentando di essere veramente rigido, senza peraltro mortificare le valutazioni dei commissari. Però, quando pensavo a quel rasoio, mi toccavo la gola e cominciavo a sudare freddo. Poi mi sembrò di notare un'utilitaria bianca dietro di me, che faceva la stessa strada. Pensai che l'avrei vista deviare prima dell'ingresso dell'autostrada. Invece anch'essa imboccò l'autostrada, passando per il mio stesso casello. Cercai di vedere bene il conducente: sembrava un uomo, un giovane.
Mi venne l'impulso di accelerare e lo feci, distanziandolo. Poi sparì.
"Bene, tra venti minuti potrò mangiare un boccone e riposare, dopo la levataccia di stamattina." Accesi la radio e ascoltai qualche canzone dei miei tempi, pensando ai tanti balli insieme a Laura, prima e dopo il matrimonio: eravamo indubbiamente una coppia riuscita. Distrattamente guardai un'altra volta lo specchietto retrovisore e ... l'utilitaria bianca era nuovamente là!
"Quanto manca alla stazione di servizio? Voglio proprio vedere se entrerà anche lui. Che cosa può farmi, davanti a tutti? Vuol solo spaventarmi."
Finalmente vidi i cartelli, rallentai più del necessario ed entrai, mentre l'utilitaria proseguiva la sua corsa. Però mi sembrò che il conducente si voltasse un attimo a guardarmi, con un sorriso sardonico. Mi era passato l'appetito: presi un cappuccino e un'aspirina, attribuendo il mio malessere a un'influenza, poi tornai lentamente a casa.

***

Prima di cena, Laura mi chiese di andare a cercare un po' di pane fresco. Mi sentivo meglio, così indossai sciarpa e berretto e andai direttamente dal "Mago del pane", un fornaio all'antica, sempre fornito di pane fresco. Al ritorno, nel buio di quella sera di novembre, mi godevo tutta la tranquillità di quel quartiere residenziale, quando udii dietro di me un suono di passi felpati. Mi voltai, ma non c'era nessuno.
Ripresi a camminare, rallentando e ascoltando bene: di nuovo quei passi felpati, più leggeri o più distanti; ma dietro di me non vidi nessuno. Poi sembrò che i passi fossero spariti.
Più tardi, mentre Laura si coricava, io controllai che tutti gli infissi della casa fossero ben chiusi. Distrattamente pensai che avrei potuto comprare un cane da guardia: avevo il tempo per accudirlo e avrei dormito tranquillo. Un po' stanco della lunga giornata, piombai in un sonno profondo e mi svegliai che era giorno pieno. Dopo colazione salii nello studio per rivedere il carteggio del concorso.
La finestra era aperta e i fogli svolazzavano per la stanza. Vicino alla maniglia segni di effrazione. Chiamai la polizia.
- Che cosa manca? - mi chiese l'ispettore col blocco degli appunti in mano.
- Niente di valore.
Mi guardò:
- E senza valore?
- Credo che non manchi proprio niente.
L'ispettore osservò la finestra:
- E' certo che fino a ieri fosse intatta?
- Non l'ho controllata, ispettore.
Il poliziotto, già annoiato, mi fece altre domande sulla mia attività, su eventuali assicurazioni, eventuali litigi o cause in corso con vicini, parenti o amici, se tenevo documenti segreti, appuntò una serie di risposte negative, poi mi consigliò di utilizzare un cane da guardia e di chiamare la polizia soltanto in caso di furto o di lesioni personali. Avrebbe comunque aumentato il passaggio delle auto di servizio in quella zona.
Ringraziai, poi preparai un buon caffè, dicendo a Laura:
- Se non vedono il sangue, non si meravigliano di nulla.

***

Il giorno dopo feci venire il falegname del quartiere: era un tizio dall'età indefinibile, fra i trenta e i quaranta, dallo sguardo furbo e insieme sfuggente. Mi consigliò la sostituzione della chiusura con una di sicurezza e io fui d'accordo.
Mentre lavorava, gli chiesi se faceva quel mestiere da molto tempo.
- Sin da ragazzo; ho imparato in falegnameria, poi ho seguito alcuni corsi specifici: ebanista, restauratore, serramentista...
Ebbi un lampo di sospetto:
- Ha mai fatto il barbiere?
- Io? Mai: non mi piacerebbe.
Si pagò profumatamente e andò via consigliando di sostituire tutte le altre chiusure o di tenere un cane da guardia. Nel pomeriggio Laura e io andammo a comprare un cucciolo e una cuccia. Mia moglie era contenta della novità.
- Naturalmente starà sempre e soltanto in giardino. Fra tutti e due potremo accudirlo bene, e per mangiare sfrutteremo gli avanzi e qualche croccantino: di notte, se qualcuno si avvicinerà alla casa, abbaierà.
- Sì, ma lo voglio di razza e già cresciutello.
Portammo a casa un piccolo pastore tedesco. Trascorsero venti giorni ansiosi, ma senza inconvenienti. Poi mi recai nuovamente a ... per gli orali. Mi resi subito conto che ogni commissario favoriva qualche candidato mettendolo a suo agio con domande facili e un po' di aiuto.
Quando fu la volta di C.C., mi sembrò di assistere a un fuoco incrociato: il poveretto stava per impappinarsi, quando decisi di intervenire.
- Vorrei fare io una domanda.
La domanda del Presidente della commissione è sempre pericolosa, perché il Presidente spesso fa domande strane, fuori programma, quindi il malcapitato si volse verso di me con un'espressione che voleva dire: "Adesso arriva la stangata finale"; ma io avevo scelto uno dei primi argomenti in programma. C.C. rispose correttamente e in modo esauriente.
Allora chiesi un altro argomento, più complesso, e il giovane rispose bene. Quindi gli chiesi l'ultimo argomento in programma e il giovanotto, ormai rassicurato, dilagò.
Mi rivolsi ai commissari:
- Può andare? C.C. ebbe un'ottima valutazione e alla fine si classificò terzo, con buon distacco sul quarto: insomma era dentro.
Tornando a casa, guardavo spesso nel retrovisore, ma non notai alcuna auto sospetta. L'antivigilia di Natale, nel pomeriggio, il mio giovane pastore tedesco si mise ad abbaiare. Attraverso i vetri del soggiorno, davanti al cancelletto vidi... C.C.!
Lo feci accomodare, ma si volle fermare all'ingresso e mi porse una piccola cassetta di legno:
- Auguri di Buon Natale: ho scelto una bottiglia di champagne, una di liquore e un'altra di amaro. Lei mi ha salvato da un'immeritata bocciatura.
- Ho fatto soltanto il mio dovere: non doveva disturbarsi. Intanto Laura si era avvicinata e C.C. rinnovò i suoi auguri, asserendo che era al settimo cielo per il nuovo lavoro che si accingeva a iniziare, molto più gratificante e sicuro; poi si accomiatò, ringraziando.
Sull'uscio volli fargli una domanda:
- Scusi la curiosità: che lavoro faceva prima?
- Io?...
- Sì.
Era evidentemente a disagio:
- Beh, niente d'importante... Si trattava di un lavoro provvisorio: il barbiere.
Rapidamente uscì dal giardino e sparì.
FONTE: "Il rasoio" di Michele Fiorenza - Ewriters.it
 
   
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