Racconti dalla Quarantena, "Cuore di cristallo" di Maria Rita Cuccurullo
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on solo Coronavirus. Iniziano ad arrivare in redazione i contributi alla nostra rubrica "Racconti dalla quarantena", uno spazio di testimonianze e di ricordi che IRNO.IT ha intenzione di raccogliere come diario comune di questi lunghi giorni di speranza, attraverso i pensieri e le esperienze quotidiane di tutti noi. I racconti, accompagnati dalle emozioni e dalle riflessioni, le poesie, i fatti o gli aneddoti casalinghi, saranno pubblicati sul quotidiano IRNO.IT. Ma anche storie nate dalla fantasia di questi giorni. I testi, inediti, dovranno avere una lunghezza massima di 30 righe (2 mila caratteri, spazi inclusi), riportare nome, luogo e data ed essere inviati via email a redazione@irno.it (oggetto: "Racconti dalla quarantena"). Inoltre, il testo potrà essere accompagnato da una foto o da un disegno (max 1) da allegare all'email. Non ci sono limiti di età. Di seguito un prezioso contributo.

RACCONTI DALLA QUARANTENA

Cuore di cristallo
Aveva ancora un posto nel mio cuore. Lei, i suoi occhi chiari e la sua dolcezza avevano lasciato un vuoto in quell' angolo remoto di un paese ancora incontaminato, quasi d'altri tempi. - E' arrivato il momento! E' difficile ma indispensabile - Era l'inizio della lettera che aveva suggellato la fine di un'amicizia molto importante di cui conservavo il ricordo preziosamente. Era come vedere pagine di vita sfogliate e disperse tra le insidie di un tempo trascorso forse troppo in fretta. Romina era la persona che aveva saputo esserci sempre con tenera discrezione e silenziosa dedizione. - Hai preso i tuoi vestiti? Incalzo' con la sua voce sottile - in quell'uggioso pomeriggio d'inverno. - Si - risposi frettolosamente nella speranza di anticipare quel distacco che sapevo essere troppo doloroso. Era ormai giunto il momento di dare una svolta, il tempo di andare incontro a quel destino che né io né lei sapevamo o potevamo gestire in un'epoca in cui il silenzio, la solitudine, l'incomprensione e la chiusura gretta del posto, risultavano ormai angusti. La mia partenza era prevista per il pomeriggio, la mia ansia mi portò ad anticiparla notevolmente. Incamminandomi per le viuzze lunghe del borgo che da casa conduceva alla fermata del bus che mi avrebbe portato lontano dalle mie origini e dal mio vissuto, provavo un profondo senso di smarrimento e un nodo alla gola - Sarà la cosa giusta, sarà veramente quello che voglio? - Mi chiedevo impotente e stanca. Lasciavo quel posto meraviglioso che aveva visto nascere le mie prime emozioni, i miei primi batticuori, soprattutto la mia bella, solitaria infanzia. Un'infanzia fatta di conoscenze, di legami di fortuna ove i miei familiari di accoglienza rappresentavano quel porto sicuro da cui ognuno parte e in cui nella vita ognuno approda nei momenti di bisogno - Lontano - mi incoraggiavo - qualcuno ci sarà ad immaginarmi, forse distrattamente a pensarmi! - Io non avevo mai conosciuto i miei genitori biologici. Fui affidata all'età di un anno ad una famiglia di un piccolo paese calabrese. Le mille supposizioni, le mille incertezze affollavano la mia mente sotto quella pioggerellina che a tratti s'infittiva a tratti allentava assecondando la mia pacata sofferenza in una suggestiva cornice autunnale dalle sfumature giallo arancio delle foglie lungo quel tratto che mi portava via da Romina. L'arrivo nella grande azienda commerciale tra le mille insegne che incorniciavano l'ingresso acceso di luci. mi entusiasmò. Mi presentai all'orario stabilito alla direzione generale. Mi accolse ila responsabile addetto vendite. Una sofisticatissima donna sulla cinquantina molto curata e ricercata. Dopo aver espletato le procedure burocratiche mi ritrovai nell'area commerciale alla quale ero destinata. Addetta alle vendite - settore oggettistica per la casa - Mi trovai tra colleghi giovani, disponibili. La mia nuova abitazione si trovava nei pressi dell'Azienda. L'avevo arredata con mobili di fortuna. Ecco, ora mi ritrovavo davvero sola, a venticinque anni con molti sogni e pochi amici, a dover frugare dentro le tasche del mio presente per ritrovare veramente poche briciole di certezze e tanta speranza. Non era stato facile voltare pagina, gli anni trascorsi nella sicurezza del mio ridente paesino avevano rappresentato il centro del mio mondo e Romina ne faceva parte. La conobbi alla scuola Macchiavelli a due chilometri da casa. La ricordo ancora al primo giorno di scuola con le sue lunghe trecce raccolte da un insolito fiocco azzurro. Sembrava ancora una bambina nel suo aspetto delicato con quella fragilità disarmante che traspariva anche dal suo mite una parola fuori riga. Era la compagna ideale alla quale potevi affidare i tuoi segreti, le tue paure. La ricordavo semplice, taciturna, un po'schiva. Non aveva molti amici. Era proprio il suo silenzio, invece, ad attirare la mia attenzione, ad incuriosirmi. Spesso ero io ad avvicinarmi e a chiederle qualcosa anche in maniera banale per entrare in contatto con lei. Spesso la invitavo a casa mia. Sistematicamente trovava scuse, mi evitava. Fu solo quel lontano giorno d'inverno in cui la neve che aveva cominciato a coprire i tetti delle case e le cime di quegli alberi maestosi che accade una cosa spiacevolissima. Romina fece per alzarsi, all'improvviso una compagna la fermò - Tu sta' seduta, mummia! - La fermo' - con tono minaccioso e sprezzante. Inibita Romina, scoppiò in un piatto dirotto. Raggelai - Scusala Romina - la consolai - E' lei che deve zittire - Le accarezzai le gote umide di lacrime. Inaspettatamente mi buttò le braccia al collo. Provai un'emozione grandissima. Mi sentii all'improvviso importante. - Scusami - continuava a ripetermi - Tranquilla - la rassicuravo. Era la prima volta che sentii veramente la sua voce. - Come si può inveire contro chi non ha la capacità di difendersi? - Mi chiedevo sconfortata. Leggevo in lei sofferenza, sconforto, solitudine.

Romina viveva una situazione familiare difficile. Orfana di entrambi i genitori, era vissuta fin da piccola con gli zii anziani in un paese in cui i giorni erano scanditi dalla luce e dal buio con l'alternarsi di stagioni visibili sui volti scottati dal sole. Quelli delle persone che vivevano in campagna come in un'unica grande famiglia. I suoi genitori le avevano lasciato un piccolo immobile al centro del paese. Gli zii l'avevano accolta volentieri in casa all'indomani di quel tragico incidente che aveva visto coinvolta tutta la famiglia, i genitori ed il fratellino di pochi mesi. Tra me e Romina nacque una bellissima amicizia nel silenzio e nell'inconsapevolezza di un destino anomalo ma inevitabile. Cominciammo a frequentarci anche fuori scuola. Ci incontravamo nei pomeriggi primaverili con le nostre corse in bici, ad immaginare il futuro, a costruire i nostri sogni. Tempi che l'adolescenza dipinge dei suoi colori più belli. Diventammo le depositarie dei nostri segreti più belli, di quel sole che ci aveva visto nascere emotivamente, maturare e legare con la neve che copriva il manto stradale e le sue difficoltà a trovare spazio in un contesto scolastico troppo stretto per un animo sensibile come il suo. Avevamo in comune la solitudine affettiva resa ancora più dura dalla presenza di persone poco attente in un posto difficile ove non c'era spazio tra persone occupate a lavorare quasi ininterrottamente. Eravamo sole al mondo, troppo sole per essere ascoltate, per essere capite. La nostra amicizia divento' qualcosa di irrinunciabile, insieme ci fortificammo. Eravamo diventate tutto. Provavamo un'attrazione reciproca. Ogni giorno ci incontravamo anche dopo gli esami, facevamo insieme progetti per il futuro. Il tempo trascorreva sereno, di noi quasi nessuno si occupava. Eravamo diventati grandi per la famiglia. Era giunto il momento di rimboccarsi le maniche. Insieme ci iscrivemmo ad un istituto tecnico contravvenendo anche alle consuetudini familiari. Insieme riuscimmo a conseguire un attestato per il lavoro in campo aziendale. La nostra vita era scandita dai suoni delle campane, dalle chiacchiere del paese e dalla capacità di emanciparci dal resto. Studiavamo e ci spostavamo autonomamente.

Romina, non riuscì a sostenere a lungo quel rapporto diventato ormai molto nostro e quasi scontato - Deve finire! Sentenziava ormai da diverso tempo - Mi trovo bene con te, ma il giudizio delle persone mi pesa come un macigno. -Mi guardano tutti - mi ripeteva - mi deridono e mi sento commiserata quando torno a casa - Mi additano con parole pesanti quando vado in giro - Si vede che è strana e l'altra poi… - Le tuonavano forti queste considerazioni. Io per amore riuscivo a sostenere gli attacchi esterni, anzi ipotecavo il futuro insieme a lei. Mi rendevo conto, purtroppo, di essere sola. Troppo e continuamente sola. Romina non mi amava. Ritrovai sentimenti piegati come fuscelli al vento. Con poche cose in tasca e tanto amaro dentro, decisi di lasciarmi il passato alle spalle. Accettai un incarico lavorativo lontano da tutto. E per le strade del centro del paese andavo incontro alla mia vita, incontro ad altre possibilità. - Perché, mi ripetevo - Un altro poi ci sarà e ancora una volta vado a cercare il mio sole.- Continuai i miei passi tra il rumore delle foglie calpestate e la complicità di quel tramonto che scandiva quei momenti difficili nel chiaroscuro del verde che via via disperdeva la sua intensità nel silenzio profumato della feconda natura. Oggi Stefania si occupa del settore vendite in un centro commerciale nel cuore di Roma. E' single, ha sposato una causa umana. E' volontaria in un centro di accoglienza per orfani. La sua opera ha aiutato tanti bambini in difficoltà.
Maria Rita Cuccurullo
Nocera Inferiore (SA)
 
   
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