Racconti di Fantascienza, "Davanti al Palazzo di Vetro" di Vittorio Catani
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entiva più che mai di doverlo fare.
Si sforzò di dominare il tremore che minacciava di prenderlo alle mani. Doveva, perché la sua intera esistenza -- ventitré anni -- convergeva lì, in quel punto e in quel momento, sul selciato prospiciente il Palazzo di Vetro.
Mentalmente acconsentì per un'ultima volta, per infondersi ulteriore coraggio.
Sì, sono pronto.
La sua mano avanzò con lentezza. Si mosse il busto. Achille Cordeiro il brasiliano si agitò sulla sedia a rotelle, mentre le dita cercavano il tubo di plastica arrotolato sotto il sedile. Anche le sue gambe, due inutili fuscelli, ebbero una momentanea parvenza di vita.
Su quel lembo di Manhattan era faticoso districarsi nella folla che premeva da ogni lato, sommersi in un vociare e urlare che si sarebbe smorzato solo a tarda sera. Intorno al grattacielo di cristallo più di diecimila persone schiumavano contro i cordoni delle forze dell'ordine: gente d'ogni colore di pelle, di ogni ideologia e condizione sociale. Achille aveva dovuto opporre continua resistenza, a forza di braccia, per non venire sospinto verso l'East River e magari travolto. Aveva lottato duramente per restare piazzato ore e ore lì, su quello striminzito rettangolo di selciato.
Stanno per venire fuori.
Lontano dalle prime file, stretto dai corpi e impacciato sulla sedia, non riusciva a vedere l'ingresso. Però, in un modo tutto suo e che gli altri non potevano immaginare, Achille era in grado di sentire. Sì, ora percepiva ciò che stava per accadere: i segretari e gli addetti diplomatici si accingevano a lasciare il Palazzo, precedendo i Capi di Stato in una fitta schiera protocollare. La riunione-fiume del Consiglio di Sicurezza dell'Onu doveva essersi appena conclusa.
Sopra la marea di teste umane, nell'umidità dell'aria newyorkese, ondeggiavano striscioni e cartelli con scritte multicolori e perentorie, fitte di punti esclamativi, con immagini di armi, bambini scheletrici, funghi atomici, maschere antigas, carri armati, stelle-e-strisce con la svastica, foto del Che, teschi con tibie incrociate, star del rock, bandiere d'ogni colore, o simboli che altrove sarebbero apparsi eccessivi. C'erano fazioni che inneggiavano a qualcuno o qualcosa, e altre mille che protestavano contro qualcuno o qualcos'altro. Da giorni stampa e tv bombardavano l'opinione pubblica.
La situazione mondiale mostrava segni di ulteriore deterioramento. I leader ruttavano torrenti di promesse, uomini di fede laica o religiosa invocavano pace distensione e benessere, la gente riceveva litanie di assicurazioni; eppure in Medio Oriente, Africa, Sudamerica, in cento frontiere, il sangue continuava a scorrere. La fame era uno spettro perpetuo per intere popolazioni, si generavano soprusi, massacri, torture sempre più elaborate. Questo era il mondo che tutti conoscevano e che molti fingevano di non conoscere... Ma nessuno viveva quei drammi con la stessa dolorosa intensità di Achille Cordeiro.
Ci sono. Escono in questo momento.
Nel suo personale modo segreto, il brasiliano captò il movimento dei Capi di Stato che si affacciavano sulla soglia del Palazzo. Di colpo la folla sembrò muggire in un unico urlo e prese a ondeggiare ritmicamente. Erano state varate eccezionali misure di sicurezza, ma le forze dell'ordine riuscivano appena a contenere la pressione della moltitudine che si faceva avanti, sgomitava, tumultuava.
Svito il tappo!
Un cielo di cobalto si apriva su di lui, sulla folla, oltre gli elicotteri che incrociavano incessantemente a bassa quota lungo lo Hudson, la città e l'oceano. Il profumo della primavera inoltrata giungeva da nord-est. Odori e colori naturali che potevano distrarre, decontestualizzare, fare apparire lontana e astratta ogni preoccupazione.

Il presidente Jeffrey Hubert Wilkinson si accinse a uscire dal Palazzo. "E' fatta" pensò. Erano state giornate estremamente intense. Un'ombra oscurò il suo viso aperto. Forse avrebbe potuto far pesare maggiormente le sue motivazioni, che del resto erano quelle non solo degli Usa ma di tutta la civiltà occidentale. Lui era di Jackson, Mississippi, e da uomo degli stati del Sud si riteneva persona pragmatica, dotata di ciò che egli stesso definiva "sano buonsenso". Credeva di saper cogliere le contraddizioni della società moderna, ed era certo che nei tre anni del suo mandato avesse saputo agire nel giusto modo e nelle tradizioni culturali tipicamente americane. Ma... durante questo summit era emerso un fatto sgradevole. Il segretario McKlaas -- caso paradossale -- aveva male interpretato alcune sfumature delle istruzioni impartitegli per lettera pochi giorni addietro. Come risultato immediato, si era registrata una recrudescenza della guerriglia in una delle zone più calde dell'Africa. Eppure le forze al potere e i rivoltosi avevano steso, mesi prima, precisi trattati per la cessazione delle ostilità. Wilkinson rischiava ora di alienarsi la simpatia di molti paesi e gruppi che avevano sostenuto la sua candidatura. Prima fra tutte quella dei boss delle grandi industrie statunitensi che, in base agli accordi di tregua già ratificati, avevano investito capitali a lungo termine nel Continente Nero per la ricostruzione post-bellica. La produzione industriale avrebbe segnato il passo... Si parlava di un'imboscata, di numerosi morti al confine fra le zone governative africane e quelle controllate dagli irregolari. Il risultato era che la ripresa degli scontri armati aveva avuto una vasta risonanza. Nel consesso delle nazioni, l'operato di Wilkinson ne era uscito condizionato.
Il presidente scrutò in se stesso. E all'improvviso non fu del tutto certo d'aver impartito direttive chiare e inequivocabili al segretario McKlaas. Il pensiero di Judith -- un sottofondo minaccioso -- lo investì brutalmente. La rivide nella Mater Nostra, clinica oncologica d'avanguardia, prigioniera in un tunnel dal quale non sarebbe ritornata.

Alexander Porfirijevitch Cerneskov stava varcando la soglia del Palazzo. Sul suo volto rubizzo aleggiava un sorriso: eppure, per un attimo, l'espressione soddisfatta si contrasse visibilmente. Il suo intervento all'Assemblea aveva indiscutibilmente avuto peso. Ma ora, riflettendo su alcuni dettagli di quelle proposte per una maggiore distensione nel mondo, Cerneskov ebbe la sgradevole sensazione di non aver saputo esplicarle e valorizzarle nel modo autorevole, convincente e anche spregiudicato che ci si attendeva dal Presidente del Presidium del Soviet Supremo; quell'atteggiamento che egli, benché fondamentalmente un timido, solitamente riusciva a mostrare.
Non poteva dimenticare il fatto che, poche settimane addietro, alcuni cosmonauti avevano calpestato per la prima volta il pietroso suolo di Marte. "Eroici pionieri", erano già stati definiti i nuovi popolari eroi. La Storia si stava impossessando delle immagini di uomini che si chiamavano Williams, Mulberry, Schoen, O'Brian... Pazienza, si ripeté Cerneskov. Si ripromise di farne tesoro per l'avvenire. Questione di prestigio internazionale. A costo di qualsiasi sacrificio, occorreva intensificare gli sforzi nella ricerca e nell'esplorazione spaziale. Doveva premere affinché il suo governo stornasse fondi magari già imputati ad altri settori economici. Si trattava di un'ulteriore revisione dei piani, probabilmente con altri tagli...
Lo sfiorò il pensiero degli studi, assolutamente segreti, su quella che veniva definita "arma totale". Erano necessari altri cospicui stanziamenti. Per contro, avrebbe favorevolmente esaminato l'eventualità d'un finanziamento per comparti meno impegnativi dell'armamento convenzionale. Al suo rientro a Mosca avrebbe dovuto discuterne al più presto.
Rinunciò ad altri approfondimenti, le estenuanti sedute in assemblea avevano provato il suo sistema nervoso. In albergo avrebbe fatto anzitutto una buona doccia calda e poi una lunga dormita.

Achille aveva inserito il tubo nel serbatoio della carrozzella. Sì guardò attorno per assicurarsi che nessuno notasse il suo armeggiare. La gente appariva ipnotizzata e fissava la porta del Palazzo. Capì che poteva agire indisturbato.
Portò l'altra estremità del tubo alla bocca e aspirò con energia. Aveva evitato di servirsi di contenitori o lattine che forse (eccesso di prudenza?) avrebbero potuto destare sospetti. Staccò il tubo dalle labbra e rivolse verso se stesso l'imboccatura: con un leggero gorgoglio, il liquido freddo lo inondò.
Gli indumenti ne furono immediatamente impregnati e Achille sentì infiltrarglisi dentro un gelo infinito che non era una conseguenza fisica di ciò che lo bagnava. Il tremito alle membra si accentuò, divenne quasi incontrollabile.
Non devo fermarmi proprio adesso!
Nei limiti dell'umano si sforzò di restare indifferente, di non partecipare alle proprie personali vicende, ma solo a ciò che accadeva intorno.
Non pensarci.
Migliaia di occhi erano calamitati dall'attesa passerella dei Grandi. Intanto, dopo le urla reiterate, ora la folla taceva all'improvviso come trattenendo il respiro: nelle vesti di alcuni individui, ciascuno remante nella propria barca, il Palazzo di Vetro stava per emanare in modo visibile, concreto, le suggestioni del Potere. Dal silenzio emergevano brandelli di voci, un gracchiare dalle radioline, musiche di famose band. Qualcuno accanto ad Achille scalciò lattine e barattoli accumulati per terra. Un giovane biondo e accaldato terminò di scolare la sua coca-cola e lasciò cadere la bottiglia che si frantumò tra i piedi, sul selciato. Le esalazioni di sudore erano intense, la brezza che giungeva dai Queens non riusciva a disperderle. Ma c'era soprattutto sentore di tensione, di curiosità, speranza, paura, odio...
E poi c'era qualcosa che Achille Cordeiro, unico, sapeva percepire. Grazie ai suoi tentacoli cerebrali solo lui -- uomo diverso da tutti -- possedeva la capacità di penetrare nella sfera psichica altrui: riceverne i pensieri, e proiettare i propri e le proprie sensazioni nelle menti di chi gli stava intorno. Uomo più di chiunque, per la sua facoltà di condividere direttamente le altrui sensazioni, le tragedie del mondo.
La sua condanna.
Era questo, ciò che Achille percepiva attorno tangibilmente, sensorialmente, più che mai: la condizione umana nelle sue migliaia di sfaccettature.
Estrasse il tubo dal serbatoio e il fiotto cessò di inondarlo. Cercò di sollevarsi con le braccia sulla sedia a rotelle e puntò lo sguardo al Palazzo. I Grandi, seminascosti fra gli uomini del seguito, stavano entrando nelle lunghe lucide automobili nere dei corpi consolari. Dei Capi che avevano partecipatoall'assemblea ormai non mancava nessuno; Achille cercò le loro menti e le trovò, ma ancora in modo confuso, ricevendo quelle attività cerebrali come un'unica grande caldaia in ebollizione.In fretta, più in fretta!
Brani di pensieri più chiari cominciarono a filtrare nella sua mente. Venivano dagli uomini di Stato e si intrecciarono con i suoi, diventavano nitidi, rapidi, vorticosi...
L'accendino. l'accendino!

Tsien-dseu seguì i passi di Cerneskov. Aveva occhi lucidi e profondi che non lasciavano trasparire emozioni, Tsien sapeva ben dissimularle dietro la maschera del volto. Che il Presidente della Repubblica Popolare Cinese uscisse dopo Cerneskov e lo statunitense, gli appariva emblematico di una complessa serie di vicende. Secondo alcuni oppositori interni, le sue relazioni spesso burrascose con il premier sovietico e quello americano erano la spia di un complesso d'inferiorità, dovuto al modesto ruolo di spettatrice che la Cina si trovava ancora a svolgere rispetto alle due superpotenze protagoniste. L'essersi dovuto accodare agli altri due Grandi per la logica astrusa del protocollo, gli parve simbolico di questa situazione. Ammise con se stesso che la presenza della Cina, nel summit, era stato ancora una volta passivo. Ghiotta occasione perché, al suo rientro, si rinfocolassero polemiche acide di chi vedeva nella sua politica una connivenza borghese, un cedimento ideologico; di chi faceva risalire a lui la recente epurazione -- in nome della Ragion di Stato e degli interessi del partito -- degli ultimi oppositori, e la nascita di una nuova potenza imperialista.Tsien-dseu rifletté svogliatamente sugli strumenti che avrebbe potuto mettere in movimento: dai ta-dze bao al progetto di ulteriori rivoluzioni culturali. La sua attenzione fu richiamata dai lampi dei fotografi. Il volto ebbe un fremito d'emozione, ma fu un attimo. Ecco, anche Tsien entrava nella lunga auto scura...

Ora!
In attimi folgoranti Achille Cordeiro rivisse frammenti del suo passato. In particolare, immagini della sua fanciullezza negli Stati dei Nord Este. Zone della miseria più disperata unita ad arretratezza, malattie, fame, soprusi atroci e incontrollabili di sanguinarie mafie locali. Malattia e fame erano i sigilli che l'avevano segnato a vita, nel male e in ciò che a volte egli considerava il bene... Un "bene" consistente proprio nella sua situazione di diverso, creatasi per colpa e merito della vita cui era stato costretto.Per anni, nel periodo formativo della prima adolescenza, aveva sopportato strani e indiagnosticabili disturbi sempre più gravi che lo avevano portato alla sedia a rotelle. La sua eterna compagna e torturatrice era la denutrizione: quella stessa denutrizione -- l'aveva scoperto anni dopo -- che è effetto di stimoli ipotalamici. Troppe funzioni essenziali dell'organismo, con modificazioni umorali, erano integrate e coordinate dall'ipotalamo. Quella regione del cervello non era in grado di sopportare impunemente simili tensioni. I danni erano stati irreparabili, per lui come per migliaia di altri giovanissimi. Ma per Achille Cordeiro, inattesamente, non erano giunti solo effetti negativi.
Ebbe flash istantanei della figura di suo padre, un ricco straniero che si era insediato in quelle terre, e lo aborrì ancora. Ben protetto dallo status,l'uomo trascorreva le giornate all'ombra di una portantina vivendo sul lavoro sfibrante di dozzine di persone, fra le quali alcune donne, ridotte alla condizione di schiavi, di bestie. Poi si era buscato una sifilide, malattia molto comune da quelle parti, e aveva impestato anche sua madre, una contadina presto allontanata da casa. Non l'aveva più vista dall'età di cinque anni.
Ricordò vividamente coloro che erano morti -- fisicamente o nel morale -- nel Nord Este, e coloro che in tutti i nord este del mondo continuavano a morire o solo pativano per il vizio dell'uomo di imporsi al proprio simile: perché Achille Cordeiro rammentava volti, drammi, sofferenze; il bagaglio dei ricordi si era indelebilmente stampato nei suoi circuiti nervosi generando un'insolita ipersensibilità, una segreta possibilità di ricevere e lanciare potenti onde mentali. Forse, semplicemente, un estremo sistema di autodifesa.
Una facoltà ultra-umana, che per anni il brasiliano aveva anche tentato di utilizzare allo scopo di avvicinare le genti, affratellarle... Patetici sforzi! Aveva lottato nell'ombra per sé e per i suoi simili -- mosca nell'oceano -- cercando di far capire, di suscitare nel prossimo la comprensione. Società del benessere, corsa agli armamenti, spreco di materie prime e vite umane, la merda in cui l'uomo civile si crogiolava tappandosi occhi e orecchi soddisfatto della sua condizione di privilegio...

Le vie non potevano più essere quelle della persuasione gentile, della speranza di comprensione, condivisione. Tutto questo si era dimostrato inutile, ridicolo, anzi pericoloso. Diede un ultimo sguardo al Palazzo, e con la fiamma appiccò il fuoco alla benzina di cui era cosparso imponendosi di escludere dalla sua mente ogni altra cosa, di concentrarsi con tutti suoi ricordi, con il corpo intero, su ciò che aveva dentro, che rammentava, aveva sopportato, che stava per subire. Vi rilancio ogni cosa contro, lo vivrete voi con me, lo proverete in prima persona...


E nel caos improvviso d'un balletto allucinante la folla emise un urlo di centomila voci, prolungato, infinito; la gente vicina ad Achille fece confusamente ala al corpo infiammato. Achille si tese cercando nuovamente di sollevarsi, alzarsi, cercò di gridare ma gli uscirono lamenti e gorgoglii inintelligibili.
Si alzò un roboante ruggito d'orrore: la folla si era accorta di lui, aveva capito. Alcuni corpi, raggiunti di striscio dall'onda mentale di Achille, avevano percepito lampi e il fuoco dei suoi pensieri, delle sue sensazioni. Il fiume umano si scompaginò, si aprì, crollò. Ma i dardi psichici lanciati dalla figura che si agitava nel rogo volarono oltre e centrarono i bersagli. Gli uomini politici si voltarono di scatto verso un punto della folla da cui cominciava a sollevarsi una densa voluta di fumo...
Un fuoco insostenibile arse negli occhi impassibili di Tsien-dseu. Una fitta di mille tumori esplose nella mente di Wilkinson. Prostrazione e pietà abissali inghiottirono Cerneskov. Sferzati, schiacciati anch'essi dalle sofferenze di migliaia di esseri umani, bruciati nelle stesse fiamme di Achille, nel suo stesso Nord Este.
Il fuoco lambì il serbatoio e con un muggito un fiore incandescente sbocciò sull'asfalto dal nulla, da un uomo, prendendo la forma di un gigantesco crisantemo.
Fuori della loro campana di vetro i tre Capi si piegarono, schiantati dall'improvviso impatto con la realtà. Annasparono, portarono convulsamente le mani alle tempie, alle gole, boccheggiarono; crollarono vivi ma esanimi sui morbidi sedili delle auto.
Achille muoveva ancora le labbra, smembrato e semicarbonizzato, come in una preghiera estrema. Il suo corpo gonfio dal calore si contrasse, fischiò in modo raccapricciante. L'onda mentale continuò ad ardere per secondi interminabili, a brillare come una cometa lungo la sua traiettoria. Poi cominciò a indebolirsi fino ad acquietarsi, tremolò, si spense.
Ma non per sempre.
FONTE: "Davanti al Palazzo di Vetro" di Vittorio Catani - Fantascienza.com
 
   
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